Le malattie cardiovascolari continuano a rappresentare una delle sfide più pesanti per i sistemi sanitari europei. Nonostante i progressi compiuti nella prevenzione e nelle cure, sono ancora la principale causa di morte e disabilità nell’Unione europea, responsabili di un decesso su tre e di un costo economico complessivo stimato in 282 miliardi di euro ogni anno, considerando assistenza sanitaria e sociale, cure informali e perdite di produttività.
A riaccendere i riflettori sul tema è un nuovo Policy Brief dell’Ocse, dedicato al rafforzamento dei controlli sanitari per la prevenzione e la gestione delle malattie cardiovascolari. Una strategia che, secondo l’Organizzazione, deve essere parte integrante della prevenzione primaria, ma soprattutto deve abbandonare la logica del controllo episodico e trasformarsi in una porta d’ingresso verso percorsi di cura strutturati.
I numeri restituiscono la dimensione del problema: nell’Ue le patologie cardiovascolari hanno provocato circa 1,7 milioni di morti nel 2022, interessano approssimativamente 62 milioni di persone e presentano forti disuguaglianze geografiche, di genere e socio-economiche.
Prevenzione ancora a macchia di leopardo
È proprio sui controlli preventivi che emergono alcune delle criticità maggiori. Secondo i dati richiamati dall’Ocse, nel 2022 soltanto il 66% degli adulti tra 25 e 64 anni aveva misurato la pressione arteriosa nell’anno precedente. Significa che più di una persona su tre, il 34%, non l’aveva fatto.
Per colesterolo e glicemia la copertura raggiungeva invece l’84% nell’arco dei cinque anni precedenti, lasciando comunque fuori dai controlli il 16% degli adulti tra 25 e 64 anni. Negli over 65 la situazione migliora: il 14% non aveva controllato la pressione nell’ultimo anno, il 6% la glicemia e il 5% il colesterolo negli ultimi cinque anni.
Emergono inoltre differenze tra uomini e donne nella fascia 25-64 anni. La copertura dei controlli risulta più bassa tra gli uomini sia per la pressione arteriosa, 62% contro 69%, sia per il colesterolo, 82% contro 86%, sia per la glicemia, 81% contro 87%. Divari che tendono a ridursi nelle età più avanzate.
E non è soltanto una questione di genere. L’Ocse sottolinea che le persone socio-economicamente più svantaggiate presentano una maggiore prevalenza e mortalità cardiovascolare, in relazione a redditi e livelli di istruzione più bassi, condizioni abitative e lavorative più sfavorevoli e maggiore esposizione ai fattori di rischio ambientali e comportamentali.
Programmi nazionali in meno della metà dei Paesi Ue
Anche l’offerta organizzata resta disomogenea. L’Ocse rileva che almeno 13 dei 27 Stati membri dell’Ue dispongono di politiche o programmi nazionali di health check rivolti alle malattie cardiovascolari e alle patologie croniche correlate. I modelli sono molto diversi: alcuni Paesi hanno programmi nazionali dedicati, altri integrano la valutazione del rischio nella medicina primaria o nei servizi di comunità. 95c9ccdb-en.pdf
Cambiano anche i criteri di accesso. Francia e Grecia, ad esempio, utilizzano fasce d’età prestabilite; Austria, Germania e Slovenia prevedono invece controlli preventivi di routine per la popolazione adulta. Ma proprio su questo punto l’Ocse invita alla cautela: i programmi fondati sull’età e soprattutto sul rischio cardiovascolare tendono a mostrare rapporti costo-efficacia più favorevoli rispetto allo screening generalizzato, perché concentrano le risorse sulle persone nelle quali la probabilità di individuare un problema è maggiore.
La Grecia ha avviato nel 2024 il programma nazionale gratuito Prolamvano, rivolto ai cittadini tra 30 e 70 anni senza una malattia cardiovascolare già nota e potenzialmente destinato a circa 5,5 milioni di persone. Il percorso prevede esami ematici, valutazione del rischio da parte del medico, approfondimento cardiologico per i soggetti ad alto rischio e test da sforzo quando indicato.
In Francia, con Mon Bilan Prévention, i check-up sono coperti per specifiche fasce d’età e comprendono un questionario sugli stili di vita e una valutazione con medico, farmacista, infermiere o ostetrica. In Germania i controlli sono previsti una volta tra 18 e 34 anni e ogni tre anni a partire dai 35. 95c9ccdb-en.pdf
L’Ocse: no agli screening indiscriminati
Il messaggio centrale del documento è però che fare più screening non significa automaticamente fare una prevenzione migliore.
Le evidenze considerate dall’Ocse non mostrano infatti riduzioni costanti della morbilità o mortalità cardiovascolare quando gli screening sistematici vengono offerti indiscriminatamente alla popolazione. Se mal progettati, possono invece tradursi in sovradiagnosi, sovratrattamento, aumento degli approfondimenti diagnostici e crescita dei costi sanitari.
I risultati migliori arrivano quando la ricerca del rischio viene concentrata sulle persone con una probabilità più elevata di sviluppare una malattia cardiovascolare. Età, sesso e genere, condizioni socio-economiche, familiarità e profilo clinico possono contribuire all’individuazione delle popolazioni da coinvolgere. Per questo servono dati affidabili e strumenti validati di stratificazione del rischio.
Tra i fattori che dovrebbero portare a una valutazione sistematica del rischio vengono ricordati fumo, ipertensione, diabete, malattia renale cronica, livelli elevati di lipidi, obesità e familiarità per malattia cardiovascolare prematura.
Il check-up non basta: dopo il test deve partire la presa in carico
Il nodo, però, non è soltanto individuare prima il rischio. Il vero salto di qualità, secondo l’Ocse, consiste nel collegare il controllo alla presa in carico.
Il percorso dovrebbe andare dallo screening e dall’identificazione del rischio fino all’intervento, al follow-up e, quando necessario, alla riabilitazione. Medicina generale e altri professionisti di prima linea, compresi infermieri e farmacisti, sono indicati come figure centrali, soprattutto considerando l’elevata presenza di multimorbidità nelle persone con patologie cardiovascolari.
Oggi, invece, i sistemi continuano spesso a essere organizzati per singola patologia. E questo produce frammentazione dell’assistenza, ripetizione degli accertamenti e vuoti terapeutici. Più del 30% delle persone con malattie cardiovascolari presenta anche una malattia renale cronica, mentre il 31% dei pazienti con patologie cardiovascolari e relativi fattori di rischio riferisce sintomi depressivi.
Le conseguenze si vedono anche nell’utilizzo dell’ospedale. In media viene nuovamente ricoverato entro un anno dalla dimissione il 24% dei pazienti con ictus ischemico e il 33% di quelli con scompenso cardiaco congestizio. Le persone con patologie cardiovascolari accedono inoltre al pronto soccorso più frequentemente rispetto a chi non ne soffre, 40% contro 26%, e vengono ricoverate quasi il doppio, 28% contro 14%.
Criticità anche sul fronte della riabilitazione cardiologica: l’81% dei Paesi europei dispone di programmi, ma solo una quota più limitata li ha pienamente inseriti nelle strategie nazionali sulle malattie cardiovascolari o sulle cronicità.
Dati, digitale e IA per passare dal controllo una tantum alla prevenzione continua
Un altro capitolo riguarda la trasformazione digitale. Dati sanitari di qualità e interoperabili, fascicoli elettronici, dispositivi medici e strumenti di supporto alle decisioni potrebbero consentire di individuare meglio le persone eleggibili ai programmi, seguire i pazienti nel tempo e valutarne i risultati.
Wearable e strumenti di monitoraggio a distanza possono contribuire al controllo longitudinale dei fattori di rischio, anche se l’Ocse avverte che le prove sulla loro efficacia, costo-efficacia e integrazione su larga scala nell’assistenza ordinaria sono ancora limitate. Anche le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale aprono prospettive per una prevenzione più personalizzata, ma richiedono ulteriore validazione clinica e valutazioni sulla sostenibilità e sulla possibilità di applicarle su larga scala.
In questo scenario, lo Spazio europeo dei dati sanitari (EHDS) dovrebbe offrire progressivamente un quadro comune per l’accesso e l’utilizzo sicuro dei dati elettronici, sia per l’assistenza sia per ricerca, innovazione, sanità pubblica e valutazione delle politiche.
La direzione indicata dall’Ocse è dunque chiara: trasformare il check-up cardiovascolare da appuntamento isolato a componente di una prevenzione continuativa, personalizzata e integrata, capace di intercettare soprattutto chi rischia di più. Un approccio che dovrà accompagnarsi alle politiche sulla popolazione per stili di vita e fattori di rischio: perché, sottolinea il documento, proprio la combinazione tra interventi strutturali e controlli mirati è quella che può produrre i maggiori benefici in termini di salute, sostenibilità ed equità.