Negli ultimi dieci anni si è quasi dimezzato in Italia il ricorso all’isterectomia peripartum, intervento salvavita che può rendersi necessario in caso di gravi emorragie ostetriche: il tasso è passato da 10,9 a 5,7 interventi ogni 10mila parti. Restano tuttavia centinaia le donne interessate da questa e da altre gravi complicanze del parto, come la re-laparotomia dopo taglio cesareo, mentre la cardiomiopatia in gravidanza, pur rara, si conferma una condizione di particolare rilevanza clinica.
È questa la fotografia scattata dall’Inoss–ItOSS International Meeting “Maternal health between evidence, health systems and care practices”, organizzato dalla sorveglianza ItOSS del Centro Nazionale per la Prevenzione delle Malattie e la Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità e dall’International Network of Obstetric Survey Systems (Inoss). Un incontro che ha riunito ricercatori, clinici, professionisti della sanità pubblica ed esperti provenienti da Paesi a basso, medio e alto reddito, con l’obiettivo di favorire il confronto tra metodologie, risultati della ricerca ed esperienze maturate in contesti sanitari differenti.
“La salute materna continua a rappresentare una priorità di salute pubblica anche nei sistemi sanitari più avanzati – sottolinea Serena Donati, direttrice del reparto Salute della Donna e dell’Età Evolutiva dell’Iss –. Lo studio delle complicanze materne gravi e i decessi potenzialmente prevenibili offre importanti opportunità per comprendere dove e come sia possibile intervenire per migliorare la qualità dell’assistenza e gli esiti di salute. Pertanto, la disponibilità di dati affidabili e confrontabili rappresenta una condizione essenziale per identificare le criticità, orientare la ricerca e valutare gli interventi.
Lo studio ItOSS
Durante il convegno sono stati presentati i risultati di un ampio studio caso-controllo di popolazione che tra il 2024 e il 2026 ha coinvolto 376 punti nascita italiani, con una copertura del 98% dei nati a livello nazionale. Tra i risultati più significativi vi sono quelli relativi all’isterectomia peripartum, un intervento salvavita che prevede l’asportazione chirurgica dell’utero e che può rendersi necessario in caso di emorragie ostetriche gravi.
Nel corso dei due anni di studio sono stati prospetticamente segnalati 384 casi, pari a un tasso di 5,6 interventi ogni 10mila parti. Il dato presenta differenze per area geografica con 4,8 casi per 10mila parti al Nord, 5,0 al Centro e 7,3 al Sud. L’emorragia rappresenta di gran lunga la principale indicazione all’intervento, essendo responsabile del 90,7% dei casi. La gravità dei quadri clinici emerge anche dagli esiti: il 14% delle donne sottoposte a isterectomia ha sviluppato una grave morbosità materna, il 55% è stato ricoverato in terapia intensiva e si sono registrati 3 decessi materni.
Il confronto con il precedente studio ItOSS sull’isterectomia, condotto dieci anni fa, mostra un importante miglioramento: il tasso si è quasi dimezzato, passando da 10,9 a 5,7 interventi ogni 10mila parti.
“La riduzione osservata – spiega Donati, Presidente di Inoss e responsabile scientifica di ItOSS – si inserisce nel quadro del significativo lavoro per la prevenzione, il riconoscimento tempestivo e la gestione appropriata dell’emorragia ostetrica, che, in Italia, è ancora la principale causa di morte materna da cause ostetriche entro 42 giorni dall’esito della gravidanza”.
Per quanto riguarda la re-laparotomia dopo taglio cesareo, altra complicanza indagata dallo studio, in due anni sono stati identificati 578 casi che corrispondono a un ritorno in sala operatoria di una donna ogni 363 tagli cesarei. L’analisi ha confermato alcuni fattori di rischio, già documentati in letteratura, tra cui la preeclampsia, la gravidanza multipla, il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, l’anestesia generale durante il taglio cesareo e l’emorragia del post partum.
La terza condizione presa in esame dallo studio ItOSS è la cardiomiopatia in gravidanza, una condizione rara ma di particolare rilevanza clinica. Nel corso dei due anni di raccolta dati sono stati segnalati 90 casi di cardiomiopatia, pari a una prevalenza di 1,3 casi ogni 10mila parti. Lo studio ha evidenziato una maggiore gravità dei quadri clinici nelle donne alle quali la cardiomiopatia è stata diagnosticata per la prima volta durante la gravidanza, rispetto a quelle con una diagnosi precedente. In questo gruppo, infatti, il 42% dei casi è risultato complicato da insufficienza cardiaca e il 52% delle donne è stato ricoverato in terapia intensiva.
“Nel loro insieme, i risultati dello studio mostrano il valore della sorveglianza ostetrica coordinata da ItOSS che, attraverso la collaborazione con le Regioni e Province Autonome e una rete nazionale capillare di professionisti, consente di identificare eventi materni rari e gravi, comprenderne i fattori di rischio e individuare possibili aree di miglioramento dell’assistenza”.
Ancora, sono stati presentati gli ultimi dati disponibili sulla mortalità materna per suicidio. Considerando tutte le morti materne dal concepimento fino a un anno dall’esito della gravidanza, in Italia come in gran parte dei Paesi ad alto reddito, il suicidio rappresenta la principale causa di morte materna. La sorveglianza ItOSS ha identificato, nel periodo 2011-2021, 125 casi pari a 2,42 decessi ogni 100mila nati vivi. Il dato è in linea con quelli rilevati in altri Paesi europei dotati di sistemi di sorveglianza della mortalità materna. Il rischio risulta maggiore tra le donne di 40 anni e oltre e presenta differenze territoriali, con valori più elevati nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud.
A livello regionale, la Campania registra il tasso più basso mentre il Friuli-Venezia Giulia quello più elevato. Circa l’80% dei suicidi si verifica tardivamente, tra 43 e 365 giorni dopo l’esito della gravidanza. Questo dato richiama l’attenzione sulla necessità di considerare la salute mentale materna una priorità assistenziale non soltanto durante la gravidanza e nelle prime settimane dopo il parto, ma per l’intero primo anno successivo all’esito della gravidanza.
Il convegno
È proprio il rapporto tra sorveglianza, ricerca e miglioramento dell’assistenza a costituire il filo conduttore dell’incontro: utilizzare la conoscenza prodotta dai sistemi di sorveglianza per individuare opportunità di prevenzione, approfondire le condizioni associate agli esiti più gravi e sostenere l’adozione di interventi appropriati. La discussione si è spostata quindi sulle strategie per prevenire la morbosità e la mortalità materna evitabile. Esperienze provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Canada hanno consentito di discutere programmi nazionali di intervento, strategie per misurare e ridurre le complicanze gravi e approcci centrati sui bisogni delle donne. Il confronto ha permesso di approfondire anche le modalità con cui i risultati della ricerca possono essere trasferiti nei servizi sanitari: non soltanto attraverso la produzione di nuove conoscenze, ma anche attraverso interventi capaci di modificare le pratiche cliniche e organizzative e di verificarne nel tempo gli effetti. Un altro tema affrontato durante il convegno riguarda l’organizzazione dei servizi. Sono stati approfonditi il rapporto tra caratteristiche dei punti nascita, disponibilità di risorse e rischio materno, mettendo a confronto esperienze di Paesi con sistemi sanitari anche molto diversi tra loro. L’obiettivo è capire come garantire un’assistenza proporzionata ai diversi bisogni assistenziali, assicurando l’accesso tempestivo alle competenze e alle risorse, utilizzando in modo appropriato quelle disponibili.