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Vaccini. Lettera aperta ad Elena Cattaneo

Su Repubblica la senatrice ha affermato che la legge è "una delle migliori, se non la migliore, dell'intera legislatura". Da una senatrice a vita nominata per gli indiscussi meriti scientifici ci saremmo attesi una lettura della legge meno frettolosa e meno apodittica. Una lettura e un contributo di cui ci sarebbe stato bisogno per le numerose aporie contenute nel testo che ha avuto bisogno di 4 lunghe circolari, che hanno alimentato ulteriore confusione.

07 SET - Gentile professoressa e senatrice,
mi rivolgo a lei dopo avere letto il suo articolo su Repubblica del 31 agosto in cui lei afferma testualmente:
a) “legge sui vaccini, una delle migliori, se non la migliore, dell’intera legislatura, almeno da un punto di vista del miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini, fine ultimo di ogni vera democrazia”;
b) “L’obbligo, a detta di tutti, si è profilato come una scorciatoia inevitabile: il metodo più veloce ed economico per scongiurare nuovi decessi, decessi di bambini che durante il dibattito sulle vaccinazioni aumentavano drammaticamente”;
c) “Non esiste una legge perfetta, esistono buone leggi: quella sui vaccini è una buona legge, realizzata in tempi apprezzabili. Una cosa di cui andar fieri”.
 
Le scrivo nella sua doppia veste, di scienziata e di senatrice, per manifestare il mio dissenso dalle sue posizioni.
Cerco di spiegarmi. Ho scritto su questo giornale tre articoli sulla questione legata alle vaccinazioni intervenendo sul dibattito, sul decreto legge

 e sulla conversione del decreto.
Non sono mai entrato nel merito della scientificità dei vaccini in quanto non ne ho alcuna competenza. Mi sono concentrato, da giurista, sul decreto del Governo, sulla sua conversione in legge e sull’opportunità di un decreto impositivo dell’obbligo vaccinale.

Non posso essere annoverato tra i “no-vax” e tra i “free-vax” (espressioni che in realtà sono spesso contraddittorie per indicare una serie diversa di posizioni), personalmente mi vaccino anche contro le malattie stagionali e recentemente mi sono vaccinato contro la meningite. Ho, inoltre, figli regolarmente vaccinati. Considero importante la copertura vaccinale esattamente come considero importante l’adesione consapevole alle cure in tutti i campi.
 
In questi anni abbiamo registrato un calo generalizzato delle coperture vaccinali e un’ampia disaffezione e diffidenza alle stesse pratiche vaccinali. Le motivazioni sono molteplici e lo stesso documento della Fnomceo, da lei citato, le riporta: le bufale amplificate da internet e dai social network, una certa generale disinformazione ecc.

In realtà, a ben vedere, le motivazioni, sono più ampie. Non si cita mai il più importante calo vaccinale degli ultimi anni riguardante la vaccinazione antinfluenzale che era ed è raccomandata a determinate categorie, tra cui gli anziani.

Gli ultrasessantacinquenni sono dodici milioni in Italia, nel 2005 la vaccinazione antinfluenzale riusciva a coprire il 68% degli anziani (8.160.000 persone) mentre lo scorso anno non si è raggiunto, per il secondo anno consecutivo, neanche il 50% (circa 6.000.000 di persone). Quindi oltre due milioni di persone che fanno parte della prima categoria a rischio hanno abbandonato la pratica vaccinale antinfluenzale. Una disaffezione enorme che dovrebbe far riflettere. Ricordiamo che anche in questo caso la copertura ottimale viene generalmente fissata nel 95% (e come obiettivo minimo al 75%). Per questo tipo di disaffezione non possiamo certo invocare i social network o l’eccessiva consultazione della rete da parte degli ultrasessantacinquenni. Ci si potrebbe, in questo caso, preoccupare sul ruolo del referente naturale della salute degli ultrasessantacinquenni: il medico di medicina generale e su come il ruolo informativo abbia prodotto tale fallimento.

Le conseguenze della mancata vaccinazione antinfluenzale sono gravi: nella stagione 2014-2015, ci informa il ministero della salute, i casi gravi da influenza sono stati 162 che hanno portato a ben 68 decessi.
E che dire della disaffezione mostrata da sempre dagli operatori sanitari (altra categoria a cui si raccomanda la vaccinazione antinfluenzale) e che si dimostrano, non solo in Italia, tra i più lontani dalle pratiche vaccinali.

Questa è dunque la situazione. Le strategie per riavvicinare una parte consistente della popolazione alle pratiche vaccinali potevano essere le più varie. Il legislatore ha scelto quella dell’obbligo con sanzioni che lei ha definito, dando un significato positivo, “una scorciatoia”. Le sanzioni sono di tue tipi: economica tramite multe e per i bambini da 0 a 6 anni anche la preclusione all’accesso ai servizi educativi.

La multa, in questo caso, è un tipico strumento classista. Chi può paga e salda con lo Stato l’inadempimento all’obbligo vaccinale. La seconda è decisamente una misura odiosa e mai presa nella storia dell’italia repubblicana: l’esclusione dai servizi educativi nei confronti dei bambini non vaccinati.
La Carta dei diritti dell’Unione europea – norma di rango costituzionale - stabilisce all’articolo 24 che “in tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente”. L’esclusione dai servizi educativi e dalle scuole all’infanzia risponde a questo principio? Se la misura fosse strettamente sanitaria permarrebbe anche nella scuola dell’obbligo e quindi oltre il compimento del sesto anno di vita: nessuno infatti discuterebbe l’esclusione di un bambino affetto da una grave malattia infettiva e contagiosa per la tutela del bene collettivo salute degli altri bambini. Non è però questo il caso.

Si contraddice il primo comma dell’articolo 34 della Costituzione che afferma solennemente un sacrosanto principio di civiltà: “La scuola è aperta a tutti”.
I bambini non vaccinati perdono alcuni fondamentali diritti di cittadinanza, tra i più importanti a quell’età: l’essere ammessi al sistema scolastico. Non era mai accaduto e sta accadendo adesso. Decine di migliaia di bambini verranno esclusi da uno dei più elementari loro diritti per una decisione che non è di politica sanitaria ma di politica generale.

La non condivisione dei genitori alle politiche sanitarie preventive – giuste o sbagliate che siano le opposizioni dei genitori – condannano i loro figli all’isolamento sociale e li confinano alle inevitabili nascenti esperienze autogestite di asili alternativi “free-vax” o ai “baby parking” il cui nome chiarisce sin dall’inizio l’assenza delle finalità educative. I bambini non vaccinati non sono esclusi dalle piscine, dalle situazioni ricreative e, in generale, dagli altri ambiti collettivi: sono esclusi “solo” dalla frequenza agli asili e alle scuole dell’infanzia.

Il decreto vaccinazioni mostra in questa disposizione il suo lato più odioso e anticostituzionale: punta all’esclusione del più elementare diritto di cittadinanza dei bambini, esaspera il conflitto e rende più difficile – se non impossibile – la composizione della frattura tra una parte della cittadinanza (che vede con crescente diffidenza le pratiche vaccinali) e il mondo della medicina o, più correttamente, di talune politiche sanitarie. Composizione che la politica, è evidente, avrebbe il compito di favorire.

L’esclusione dai bambini sotto i sei anni dai servizi educativi forza la logica della disposizione giuridica creando, attraverso la discriminazione lo spazio di un mondo fuori dal diritto non tanto per l’inosservanza all’obbligo vaccinale – la legge è classista, lo abbiamo già notato, chi paga è sanato – quanto piuttosto per le conseguenze dell’esclusione attraverso la creazione dei luoghi alternativi di educazione. Paventavamo, anni orsono, il pericolo di “scuole del nord”, “scuole confessionali” in luogo della scuola pubblica e oggi con una norma incomprensibile creiamo i presupposti di luoghi alternativi di educazione, con il carattere della semiclandestinità, uniti solo dal rifiuto della pratica vaccinale. Non solo non si superano le incomprensioni, le si esasperano.

Spiegare le motivazioni in cui bambini non vaccinati, nell’età compresa da zero a sei anni, sono esclusi dalle istituzioni educative e non lo sono dopo e che vengono seguiti da educatori, maestri e professori in tutto il loro ciclo scolastico non vaccinati – non esiste l’obbligo, ad oggi, per costoro – spiega meglio di ogni esempio il paradosso della norma.

E’ paradossale definire una legge impositiva di un obbligo così pesante “la migliore di tutta la legislatura” quando in tutti i giornali e telegiornali l’espressione che più frequentemente viene accostata è “caos vaccinale” (così anche Repubblica nello stesso giorno del suo articolo).

Davvero lei è fiera, in qualità di senatrice, di essere stata come parlamentare espropriata del diritto di decidere con un provvedimento che è passato, alla Camera, con un voto di fiducia senza permettere un dibattito che, sarebbe stato più adeguato, con una legge ordinaria?

Veramente lei è fiera di un provvedimento che prevede l’esclusione dei bambini dai servizi educativi dell’infanzia – tra cui la scuola dell’infanzia – andando apertamente contro l’articolo 34 della Costituzione che afferma che “la scuola è aperta a tutti”?

Spiace anche vedere che Antonio Panti, persona che stimo da sempre, presidente dell’Ordine dei medici di Firenze, solitamente critica della sanità pubblica e da sempre impegnato nelle questioni deontologiche oggi sposi acriticamente un provvedimento che contiene una così grave discriminazione.
Davvero non si poteva fare altrimenti? E’ proprio così vero, come lei afferma, che durante il breve dibattito della conversione in legge del decreto, le morti dei bambini “aumentavano drammaticamente”? A quali dati si riferiva senatrice?

Lei appartiene alla “Camera alta” del nostro parlamento che non riesce, proprio al Senato, a licenziare, la legge di civiltà sul testamento biologico (nella versione italiana DAT – Disposizioni anticipate di trattamento) che permetterebbe di affermare, anche nella legislazione ordinaria il principio del consenso informato. Non le sembra contradditoria, invece, una legge come quella sui vaccini che prima impone e poi – forse – farà partire la campagna informativa invertendo la normale logica dell’informed consent (in inglese è più chiara la posizione antecedente dell’informazione rispetto al consenso).
Il provvedimento di esclusione dei bambini dai servizi educativi non è una misura meramente sanzionatoria: è una misura ritorsiva che sanziona i figli per provvedimenti decisi dai genitori, una misura che nulla ha a che vedere con la democrazia.

Sappiamo, è scontato, che se il legislatore non ci ripenserà, questa misura finirà sotto la scure della Corte costituzionale – le affermazioni di Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale, sono state chiarissime! - che non permetterà la sopravvivenza di una norma che discrimina, tra l’altro, in relazione “alle condizioni personali” ex art. 3 e ad altri articoli della Carta costituzionale che non è importante citare in questa sede.
 
Da una senatrice a vita – e quindi fuori dalle logiche della stretta lotta politica - nominata per gli indiscussi meriti scientifici che tutti, giustamente, le riconoscono ci saremmo attesi una lettura della legge meno frettolosa e meno apodittica (“la migliore legge…”), una lettura e un contributo di cui ci sarebbe stato bisogno per l’autorevolezza della sua persona e per le numerose aporie contenute nel testo che, ad oggi, ha avuto bisogno di ben quattro lunghe circolari ministeriali, che hanno alimentato ulteriore confusione.

Con stima.

Luca Benci
Giurista  


07 settembre 2017
© Riproduzione riservata

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