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Taglio dei posti letto. Più rischi che risparmi

di Carlo Palermo

16 DIC - Caro Direttore
l’intervento di Bruno Schiavo sul taglio dei posti letto non accompagnato da una consensuale riduzione dei costi presso l’ospedale San Camillo – Forlanini di Roma riapre la discussione sulla pericolosità dei tagli lineari in sanità. Quotidiano Sanità ha più volte illustrato i dati relativi alla consistente riduzione dei posti letto in Italia negli ultimi 10-15 anni. Con l’applicazione della “Spending review” il taglio rispetto al 2000 dovrebbe arrivare a circa 71.000 posti letto (da circa 295.000 a 224.000 p.l.) per raggiungere il target del 3,7 per mille abitanti tra posti letti per acuti e postacuti (lungodegenza/riabilitazione).

Ma cosa succede nel resto d’Europa? I dati OECD pubblicati nel 2013, ma riferiti al 2011, fotografano una condizione che dovrebbe far riflettere. Se si considerano i posti letto per acuti, l’Italia con il suo 3,4‰ è ben al di sotto della media OECD (4,8‰). Il confronto con gli altri Paesi europei a noi vicini per condizioni economiche e sociali diventa imbarazzante. La Germania è all’8,3‰, l’Austria al 7,7‰, la Svizzera al 4,9‰, la Francia al 6,4‰. Solo l’Inghilterra ha una dotazione di posti letto inferiore alla nostra assestandosi sul 3 per mille abitanti.

Proprio in Inghilterra incominciano a manifestarsi forti dubbi sulle politiche sanitarie seguite negli ultimi decenni. In un editoriale pubblicato sul BMJ il 20 maggio 2013 viene sostenuto che le evidenze a supporto del concetto che l’incremento delle cure territoriali possa ridurre i ricoveri dei soggetti anziani e fragili e quindi la necessità di cure ospedaliere, sono scarse. Infatti le persone anziane, fragili e spesso poli-patologiche sono soggette a frequenti episodi di instabilizzazione che è difficile trattare in un ambito di cure primarie.
 
L’editoriale conclude affermando che “Nelle ultime decadi vi è stata una importante riduzione dei posti letto per acuti e molti ospedali ora lavorano con un indice di occupazione dei posti letto intorno al 90%. Ulteriori riduzioni nei posti letto nella vana speranza che aumentando i servizi territoriali si riducano i ricoveri potrebbe rivelarsi potenzialmente pericoloso per la cura dei pazienti”. Del resto è consolidato in letteratura il dato che lavorare con indici di occupazione dei posti letto ospedalieri superiori all’85% comporti un incremento della mortalità dei pazienti ricoverati sia per il rischio aumentato di infezioni ospedaliere sia per la minore attenzione con cui vengono seguiti dalle équipe i casi complessi in condizioni di stress lavorativo.

In Italia siamo nel pieno di una transizione demografica ed epidemiologica. I soggetti ultra sessantacinquenni passeranno dai circa 12 milioni attuali ai circa 18 milioni del 2050. I pazienti che si osservano oggi negli ospedali sono sempre più anziani, disabili, con diverse comorbilità spesso misconosciute. L’evoluzione demografica ci metterà sempre di più di fronte a questi pazienti clinicamente complessi e soggetti a instabilizzazioni anche per cause banali.

Pensare di riorganizzare ed efficientare il sistema sanitario attraverso politiche di tagli lineari su fattori produttivi importanti come i posti letto e le dotazioni organiche da cui dipendono i diritti di accesso alle cure dei cittadini merita un’attenta riflessione. Il rischio di ripetere con un decennio di ritardo gli errori del NHS non è trascurabile. Sprechi ed inefficienze si annidano ancora nel settore sanitario ma la speranza di scovarli senza l’aiuto dei medici e dei sanitari, o peggio contro di essi, è in realtà pura illusione.

Carlo Palermo
Coordinatore Segretari Regionali Anaao Assomed

16 dicembre 2013
© Riproduzione riservata

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