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Chemioterapia. Dagli Usa una nuova tecnica: i farmaci “viaggeranno” con l'elettricità. Più efficacia e meno tossicità

di Maria Rita Montebelli

Si chiama ‘iontoforesi locale’ e potrebbe essere l'alternativa alla somministrazione orale ed endovenosa. Sfrutta un campo elettrico creato da due elettrodi per convogliare i farmaci direttamente all’interno dei tumori difficili da trattare. Come quello del pancreas. Per ora il sistema è stato testato solo su animali da esperimento ma sembra assai promettente

06 FEB - Le terapie citotossiche per i pazienti oncologici fino ad oggi sono state somministrate o per via orale o per via endovenosa. Ma in futuro le cose potrebbero cambiare. Sfortunatamente infatti, per quanto efficaci e potenti, queste cure non vengono mai sfruttate al massimo delle loro potenzialità, per i limiti connessi alla tossicità sistemica e alla scarsa concentrazione che si raggiunge a livello del tessuto tumorale.
 
Nel tentativo di migliorare l’efficacia degli agenti citotossici, cercando allo stesso tempo di mitigarne gli effetti indesiderati sistemici, un gruppo di ricercatori dell’Università del North Carolina (Chapel Hill, USA) ha messo a punto una potenziale soluzione al problema, che ha pubblicato su Science Translational Medicine.
 
La ‘terza via’ di somministrazione della chemioterapia proposta dai ricercatori americani è un sistema di rilascio locale iontoforetico. Questo consiste in pratica nella creazione di campi elettrici, in grado di indirizzare con precisione i chemioterapici all’interno di tumori difficili da trattare; con questo sistema si riescono ad aumentare di diverse volte, rispetto alle vie di somministrazione tradizionali, le concentrazioni di chemioterapici all’interno del tumore e quindi a combatterlo in maniera più efficace.
Per ora il sistema è stato testato solo su animali da esperimento, ma questo tipo di strategia sembra assai promettente.
 
Joseph DeSimone, primo ricercatore dello studio, ha cominciato a perlustrare nuove vie di somministrazione degli agenti anti-tumorali, dopo anni di tentativi fatti per sviluppare nuovi approcci nel rilascio di farmaci a formulazione orale. “La spinta finale verso questa ricerca – ricorda il ricercatore americano – è stata la perdita di un caro amico e collega, deceduto per un cancro del pancreas e devastato dagli effetti collaterali della chemioterapia”.
 
“Tra gli approcci alternativi a quello orale e parenterale della somministrazione dei chemioterapici ce n’è un altro che appare promettente – ricorda DeSimone – e che consiste nell’iniezione direttamente nel tumore dei chemioterapici ‘ingabbiati’ in polimeri biodegradabili che, dissolvendosi gradualmente , rilasciano una quantità costante di farmaco”. Questo approccio purtroppo non funziona nel tumore del pancreas che, al pari di altri tumori, presenta al suo interno fluidi a elevata pressione di fluidi, che ‘spingono’ letteralmente fuori dal tumore qualunque farmaco che si cerchi di far penetrare ed impedisce dunque di raggiungere una concentrazione chemioterapica efficace.
 
Negli ultimi anni, già altri gruppi di ricerca avevano dimostrato la fattibilità di utilizzare piccoli campi elettrici per far penetrare dei farmaci nell’occhio e nella vescica. I ricercatori dell’Università della North Carolina hanno cercato di vedere se questa stessa strategia potesse essere applicabile anche nel far arrivare dei chemioterapici all’interno di tumori solidi.
 
Per farlo, hanno costruito un piccolo serbatoio contenente all’interno uno o due elettrodi, responsabili della creazione di un campo magnetico destinato a portare a target, cioè all’interno di un tessuto tumorale contiguo,  il chemioterapico contenuto nel serbatoio.
 
Nel primo esperimento, che ha valutato quest’approccio in un tumore profondo, i ricercatori americani hanno impiantato questo speciale serbatoio, contenente un elettrodo, accanto al tumore e sono andati a posizionare il secondo elettrodo, dall’altro lato del tumore.
 
In un altro esperimento, progettato per il trattamento di tumori cutanei nel topo, il serbatoio con l’elettrodo è stato posizionato sulla cute subito sopra il tumore, mentre il secondo elettrodo è stato impiantato sottocute sul lato opposto del corpo dell’animale. Il campo elettrico generato dai due elettrodi ha effettivamente spinto il farmaco attraverso la cute e all’interno del tumore.
 
L’esperimento è stato ripetuto su topi con tumore del pancreas e della mammella, ma anche su pancreas sano del cane, per imparare a regolare il flusso di farmaco all’interno dei tessuti di animali più grandi, come passo preliminare per arrivare alla sperimentazione nell’uomo.
 
In tutti gli esperimenti sono stati utilizzate correnti di basso voltaggio, assolutamente al di sotto della soglia del dolore.
 
“Questo approccio ha tutte le carte in regola per funzionare – afferma DeSimone – poiché molte molecole farmacologiche liquide presentano una ‘polarità’ che le fa spostare all’interno di un campo elettrico, verso l’elettrodo dotato di carica opposta a quello dell’elettrodo contenuto nel serbatoio”.
 
L’esperimento sui topi con impianti di tumore del pancreas umano, ha dimostrato che la somministrazione iontoforetica della gemcitabina consente di raggiungere concentrazioni più elevate all’interno del tumore, rispetto all’approccio tradizionale, rappresentato dalla somministrazione endovenosa. Questo si è tradotto in una riduzione drammatica della massa tumorale, nel gruppo sottoposto alla tecnica di somministrazione sperimentale, mentre negli animali trattati con il farmaco per via endovenosa il tumore continuava a crescere.
 
In un altro esperimento, condotto su topi con due diverse forme aggressive di tumore della mammella, trapiantate subito sotto pelle, la somministrazione del cisplatino attraverso un serbatoio impiantato sottocute, subito sopra il tumore, ha inibito la crescita tumorale e raddoppiato la sopravvivenza degli animali.
 
Infine, nell’esperimento condotto sul cane, i ricercatori americani hanno dimostrato che la somministrazione iontoforetica della gemcitabina produceva nel tessuto pancreatico concentrazioni sette volte superiori a quelle ottenute attraverso la somministrazione per via endovenosa dello stesso farmaco; allo stesso tempo, la concentrazione nel circolo sistemico, negli animali trattati con il serbatoio, risultava di 25 volte inferiore a quella del gruppo che riceveva la gemcitabina per via parenterale.
 
Maria Rita Montebelli

06 febbraio 2015
© Riproduzione riservata

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