Due anni e mezzo dopo la scadenza del precedente PanFlu 2021-2023, la Conferenza Stato Regioni ha dato oggi il via libera definitivo al nuovo Piano pandemico nazionale. Un traguardo arrivato al termine di un lungo iter che ha visto la revisione di diverse bozze e che ora diventa operativo.
Il documento, che copre il periodo 2025-2029, arriva in una fase politicamente delicata: a poco più di un anno dalla fine della legislatura. Per un Paese che è stato tra i primi a vivere in prima linea l’impatto di una pandemia globale, il vero banco di prova non sarà tanto l’approvazione, quanto la capacità di trasformare il piano in uno strumento realmente operativo.
“Al termine di un articolato e proficuo confronto con il Ministero della Salute – scrivono le Regioni in una nota – si è arrivati alla definizione di un testo condiviso, su cui la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha espresso l’assenso, chiedendo al Governo di intervenire su due aspetti.
Da un lato, le Regioni hanno chiesto di assicurare che le risorse destinate al rafforzamento della governance regionale possano essere utilizzate per il reclutamento di personale anche in deroga ai tetti attualmente previsti, operando in modo analogo a quanto già avvenuto con la Legge di Bilancio del 2025 per il settore delle dipendenze.
La seconda richiesta riguarda la possibilità per le Regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e Bolzano di essere ammesse alla ripartizione delle eventuali ulteriori risorse che si rendano disponibili per l’attuazione del Piano Pandemico, considerando che si tratta di perseguire sempre obiettivi sanitari strategici a livello nazionale”.
Un cambio di impostazione
Il nuovo piano ha l’ambizione di segnare una svolta rispetto al passato. Non più un approccio centrato su singole malattie, ma una strategia costruita attorno ai patogeni respiratori a maggiore potenziale pandemico, con l’obiettivo di rendere il sistema sanitario più flessibile e capace di adattarsi a scenari diversi.
Accanto all’impianto teorico, emerge con forza la volontà di costruire un meccanismo operativo stringente, basato su responsabilità precise e su un controllo più marcato da parte del livello centrale.
Un piano nazionale con attuazione vincolata
Fin dall’impostazione generale, il provvedimento chiarisce che il cuore dell’intervento non è solo il documento nazionale, ma il sistema di attuazione che lo accompagna. Il piano viene approvato insieme ai suoi allegati operativi – uno dedicato alle azioni dello Stato e uno a quelle delle Regioni – e soprattutto insieme a un pacchetto di finanziamenti pluriennali, risorse crescenti nel tempo pensate per accompagnare l’implementazione delle misure.
Proprio su questo punto il piano introduce una novità significativa: i fondi non vengono distribuiti automaticamente. Le Regioni devono prima dimostrare di aver recepito il piano e di aver predisposto una pianificazione dettagliata.
Sul piano finanziario, l’Accordo approva anche i criteri di riparto delle risorse previste dalla legge di bilancio: 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027. Le risorse saranno ripartite tra le Regioni sulla base della popolazione residente al 1° gennaio 2024 e dovranno essere utilizzate esclusivamente per le attività finalizzate all’attuazione del Piano. Regioni a statuto speciale e Province autonome dovranno comunque attuarlo sull’intero territorio di competenza, con risorse a carico dei propri bilanci, mentre per la Sicilia valgono le quote di compartecipazione previste dalla normativa vigente.
Stringenti anche gli adempimenti per i territori. Entro 90 giorni dalla stipula dell’Accordo, Regioni e Province autonome dovranno trasmettere al Ministero della Salute la delibera di recepimento del Piano con il cronoprogramma per le prime azioni regionali. Entro nove mesi dovrà arrivare un secondo cronoprogramma per le ulteriori azioni. Dal 2027 scatteranno le relazioni di attività e finanziarie, con l’indicazione delle spese sostenute e degli obiettivi raggiunti.
Il meccanismo delle condizionalità
Le Regioni sono chiamate, entro tempi definiti, ad approvare delibere di recepimento corredate da cronoprogrammi puntuali, in cui vengono indicate le azioni da realizzare, le tempistiche e, se necessario, le risorse aggiuntive da impiegare. Non si tratta di un adempimento formale. Il piano costruisce un sistema in cui l’erogazione delle risorse è legata alla verifica di questi passaggi: prima l’approvazione dei programmi, poi la valutazione tecnica, infine lo sblocco dei finanziamenti.
Ne emerge una logica chiaramente ispirata ai modelli europei più recenti: finanziamenti vincolati a risultati e monitoraggio continuo. Un cambio di passo rispetto al passato.
Il ruolo del controllo centrale
A garantire il funzionamento del sistema interviene un organismo dedicato, il Comitato di coordinamento. Non è solo una struttura di raccordo, ma un vero e proprio snodo decisionale: spetta a questo organismo valutare la coerenza dei piani regionali, esaminare le relazioni annuali e, di fatto, determinare le condizioni per l’accesso alle risorse.
Il rafforzamento del controllo centrale è uno degli elementi più evidenti del nuovo piano. Dopo le difficoltà di coordinamento emerse durante la pandemia, il legislatore punta a evitare frammentazioni, introducendo criteri comuni e procedure standardizzate.
Programmazione continua e aggiornamenti obbligati
Il documento non si esaurisce con la sua approvazione, ma prevede una serie di atti successivi che dovranno essere adottati dal Ministero della Salute. Tra questi, la definizione delle modalità con cui il sistema sanitario dovrà rimodulare le proprie attività in caso di emergenza e l’elaborazione di scenari operativi legati agli interventi non farmacologici – le leve più delicate della gestione pandemica, quelle che durante il Covid hanno inciso direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini.
Le Regioni saranno chiamate ad aggiornare i propri programmi sulla base di queste indicazioni, in un processo continuo di adattamento.
Tra ambizione e ritardi
Nel complesso, il piano restituisce l’immagine di un sistema più strutturato rispetto al passato: più regole, più controlli, più vincoli nell’utilizzo delle risorse. Un tentativo evidente di trasformare la preparedness pandemica da esercizio teorico a politica pubblica concretamente verificabile.
Eppure, al di là dei contenuti, resta il nodo politico del tempismo. L’aggiornamento arriva infatti quando la legislatura è ormai nella sua fase finale, dopo anni in cui la necessità di un piano aggiornato era stata più volte sottolineata. Il banco di prova, ora, è tutto nella capacità di attuazione.