Gentile Direttore,
purtroppo ancora una volta dobbiamo constatare come continuino a girare tante inesattezze di notizie diffuse, causate probabilmente da informazioni parziali o dai mancati distinguo tra realtà diverse, o da volute ambiguità frutto di compromessi ideologici o strettamente politici. Purtroppo, a questa mala informazione è quasi impossibile fare argine. Sta di fatto che ancora oggi il povero cittadino comune non riesce a capire se i suoi soldi finiscono in balzelli o per giuste cause.
Questa volta è di turno quanto sostenuto dalla senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Guidolin nel confronto nella Camerae Sanitatis, (un’altra vostra iniziativa editoriale interessantissima per la quale non ci resta che complimentarci) che lamenta (giustamente per carità) il fatto che si è arrivati ad “otto anni senza rinnovo contrattuale nella sanità privata e quattordici nelle Rsa”. E come possibile soluzione propone di “vincolare gli incentivi e le risorse pubbliche destinate alla sanità privata accreditata al rispetto dei contratti di lavoro. Lo Stato finanzia il sistema attraverso accreditamenti e convenzioni. Per questo si potrebbero vincolare questi incentivi al rinnovo e alla corretta applicazione dei contratti. E se i contratti non venissero rinnovati, dovrebbero decadere anche gli incentivi”.
Forse la senatrice non sa che non esistono “incentivi” per la sanità privata convenzionata e che gli unici “finanziamenti” per le strutture citate, si riferiscono alle tariffe stabilite per le prestazioni che vengono erogate ai cittadini alle stesse condizioni del servizio pubblico, in virtù, giustappunto, di una convenzione. Ora inutile ripetere che tali strutture operano per legge come comparto privato convenzionato del SSN, con gli stessi diritti e gli stessi doveri del pubblico, del quale pertanto sono parte integrante. Mentre non è inutile ricordare alla senatrice e ai suoi lettori, che se è vero che i contratti di lavoro sono fermi da anni, lo stesso deve essere sottolineato per l’aggiornamento delle tariffe delle prestazioni richieste ed erogate dalle strutture convenzionate, in tanti casi ferme da oltre 15 anni fa, e ormai assolutamente obsolete rispetto al caro-vita accumulatosi negli anni.
E forse non è neppure ben chiaro il fatto che ad ogni scadenza di contratto nel pubblico, lo Stato è pronto per il rinnovo con X finanziamenti e dunque a discuterne con i sindacati sino a giungere ad un accordo. Così come non deve essere ben chiaro il fatto che le strutture private convenzionate vivono con le tariffe delle prestazioni che sono chiamate ad erogare ai cittadini, e devono far quadrare il bilancio di gestione contando solo su queste entrate, peraltro soggette ad un tetto annuale. Ma come ripetiamo le tariffe sono ferme da circa 15 anni e gli immancabili buchi nel bilancio di gestione devono essere riempiti con le proprie forze. Mentre è noto che le voragini che spesso si aprono nei bilanci del pubblico sono prontamente ripianate con i soldi dello Stato.
Più volte abbiamo chiesto di essere trattati come le strutture del comparto pubblico di quel Servizio Sanitario Nazionale di cui siamo, per legge, parte integrante. Anzi se anche per noi ci fosse la partecipazione dello Stato, come chiesto più volte, saremmo i primi a rinnovare tutti i contratti di lavoro. Invece dobbiamo sempre sperare soltanto che almeno vengano aggiornate le tariffe secondo l’effettivo aumento del costo della vita, in tutte le sue forme.
Più volte abbiamo fatto presente al Governo che senza un equo allineamento delle tariffe ai costi reali, più che triplicati negli ultimi anni, per molte strutture diventa insostenibile la stessa gestione, con il rischio della definitiva chiusura.
Va piuttosto sfatata la storia che la sanità privata accreditata e non profit viene finanziata dallo Stato e dunque “toglie soldi al servizio pubblico”. È bene chiarire che l’unico soggetto finanziato su base capitaria, come è stato scritto tante volte in queste colonne, è la ASL di residenza del cittadino. Tutti gli altri erogatori, aziende ospedaliere pubbliche, IRCCS, ASL non di residenza e comprese le strutture private accreditate, vengono remunerati esclusivamente a fronte di prestazioni effettivamente autorizzate, erogate e rendicontate. In assenza di attività, non vi è alcuna entrata.
Il punto cruciale per noi riguarda proprio le tariffe, che non sono in linea con l’inflazione e soprattutto con il costante aumento dei costi di gestione. A questo proposito vorrei ricordare quanto stabilisce l’articolo della Legge 502/1992 (Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 502) che disciplina la remunerazione delle prestazioni sanitarie e il relativo sistema tariffario. È l’articolo 8-sexies in merito all’adeguamento delle tariffe. I punti chiave stabiliti dalla normativa riguardano la periodicità dell’aggiornamento e il calcolo dell’adeguamento. L’articolo stabilisce che il Ministero della salute provveda a determinare le tariffe massime e che tali tariffe siano aggiornate periodicamente (solitamente con cadenza biennale o triennale, non necessariamente annuale per legge statale). Quanto ai criteri di calcolo stabilisce che le tariffe sono determinate sulla base di costi standard di produzione e quote standard di costi generali, calcolati su un campione rappresentativo di strutture accreditate selezionate per efficienza e qualità.
E mi sembra che questa legge non sia stata affatto ufficialmente abrogata. Qualcuno però continua ad ignorare questa legge, e dunque le nostre strutture sono costrette a erogare prestazioni remunerate con tariffe assolutamente inadeguate. Per questo molte di loro non sono più in grado di sostenere da soli i costi di gestione alle condizioni imposte. Resta purtroppo la percezione diffusa che tutta la sanità privata sia “una minaccia” al sistema pubblico, anzi addirittura causa del suo fallimento. Nessuno ammette però che siamo in grado di alleggerire le liste di attesa, che rappresentano uno dei principali problemi del sistema sanitario italiano.
Le nostre 270 strutture, convenzionate e non profit, in Italia dispongono di oltre 35.000 posti letto, offrono più di 5 milioni di prestazioni ambulatoriali all’anno e rappresentano la maggior parte dei centri di riabilitazione nel Paese. Se tutte dovessero sparire, dove finirebbero i 35 mila malati che trovano un letto nelle nostre strutture? E i diversamente abili accolti e seguiti dai Cdr, che sono la maggior parte di quelli attivi in Italia, resterebbero sulle strade? E quegli oltre cinque milioni di malati che, pagando solo il ticket, si rivolgono annualmente ai nostri ambulatori quanto andrebbero a pesare sulle già gravate liste d’attesa? E tutti gli anziani non autosufficienti e pluripatologici ospiti delle RSA da chi sarebbero assistiti se dovessero sparire queste strutture come tanti sostengono?
E se qualcuno osa dire che il nostro sistema salute, per funzionare, ha bisogno di una collaborazione virtuosa e controllata tra sanità pubblica e sanità privata, finisce per essere considerato un nemico della patria. Eppure, è proprio nella stanza dei bottoni che tanti si sono ormai resi conto della necessità di puntare sul mix pubblico-privato per soddisfare le necessità di assistenza di tutti i cittadini. Alla luce di questa evidenza ci chiediamo se sia ancora giusto continuare a demonizzare tout court la sanità privata accreditata. Ora fortunatamente si stanno aprendo delle finestrelle ed entra uno spiraglio di luce.
Il nostro auspicio come ARIS, è che nel dibattito sulla sanità si abbandonino i teatrini politici (“l’agone politico” lo ha definito Schillaci) e ci si basi piuttosto su dati corretti e su una reale comprensione delle diverse componenti del sistema. Invece di attaccare o demonizzare un settore che, se ben regolamentato e valorizzato, può essere un alleato prezioso per la salute dei cittadini, bisognerebbe promuovere un confronto responsabile e informato, che tenga conto delle peculiarità e delle esigenze di un sistema sanitario complesso e in continua evoluzione.
La questione, quindi, è più profonda di come la si discute nei corridoi della politica. Il problema non è e non può essere l’esistenza della sanità privata convenzionata; piuttosto è la gestione complessiva del sistema, la distribuzione delle risorse, le politiche di integrazione tra pubblico e privato. Sarebbe fondamentale trovare un equilibrio che permettesse di mantenere alta la qualità e l’accessibilità universale, senza continuare a far credere alla gente che sia la partecipazione del privato convenzionato a compromettere la sostenibilità e la missione del Servizio Sanitario Nazionale.
Virginio Bebber
Presidente Nazionale ARIS