In Italia è frattura tra ricerca clinica e produzione tecnologia medica
Ha aperto il dibattito Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’istituto clinico Humanitas, che ha sottolineato come “in Italia si fa buona ricerca, in particolare la ricerca clinica è un punto di forza del nostro Paese”. Carlo Castellano, presidente Esaote, ha fatto però notare come “ben l’85% della tecnologia medica utilizzata in Italia è di importazione”. Ed è questo uno degli aspetti fondamentali del problema. Gran parte dei ‘cervelli’ nostrani si vedono costretti ad emigrare all’estero, e così, tutto l’immenso patrimonio di attività di ricerca non riesce a trasformarsi, nel nostro Paese, in attività industriale, con le conseguenti ricadute a livello occupazionale per i nostri giovani ricercatori. Ed ecco palesarsi il paradosso. Non solo perdiamo i nostri ricercatori più brillanti, ma siamo anche costretti a dover pagare a caro prezzo quello che, anche grazie al loro contributo, si riesce poi a produrre all’estero.
Questa è una perdita che non solo va ad incidere dal punto di vista economico, ma che ha anche le sue ricadute sul tema salute visto che, come ha evidenziato Castellano, “la salute del futuro dipende soprattutto dalla tecnologia e dal suo sviluppo, non solo dalla ricerca”. Se oggi viviamo in un mondo dove la speranza di vita si è esponenzialmente alzata, e si mantiene in costante crescita, è grazie proprio a questo aspetto della ricerca medica che si è così caratterizzata, in occidente, da Bacone in poi. “Sapere è potere”. Non basta dunque scoprire che qualcosa ha i suoi effetti benefici sulla salute di una persona, ma si deve scoprire i meccanismi per i quali ciò avviene in modo da poterne studiare le diverse applicazioni. Risulta dunque fondamentale poter meglio sostenere in futuro, anche con adeguate risorse nonchè attraverso cabine di regia che agiscano in maniera trasparente e meritocratica, lo sviluppo della ricerca italiana.
Giovanni Rodriquez
23 Settembre 2010
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