La proletarizzazione di una professione intellettuale

La proletarizzazione di una professione intellettuale

La proletarizzazione di una professione intellettuale

Gentile Direttore,
questo inizio d’estate, insieme a tante ed utili riflessioni sul futuro della sanità in Italia, futuro che difficilmente si potrà disgiungere da quello di altri aspetti salienti di una società civile, istruzione in primis, ci consegna un triste epilogo al quale ormai ci si dovrà adeguare. Studiare non paga. Anzi. Essere gli unici in grado di garantire salute all’umanità ancora meno. Almeno se dopo concorso hanno giurato oltre che ad Ippocrate fedeltà allo stato. Ed ai suoi cittadini.

Nella ricca Emilia Romagna, terra che nei decenni si è distinta per la difesa dei diritti e la tutela dei più deboli, ci siamo svegliati una mattina, di tanto tempo fa a dire il vero e ci siamo accorti che i medici non servono. O meglio servirebbero, ma più asserviti, meno pretenziosi, disposti a lavorare sempre giorno e notte, gentili, disponibili, competenti e gratis. O quasi. Facchini della sanità con tutto il rispetto per i facchini che al momento non mi risulta debbano garantire un percorso di studio decennale.

Servirebbero si, urgentemente, soprattutto in alcuni ambiti che abbiamo deciso essere di punta, come i PS dato che il territorio non è in grado di arginare le richieste, in parte anche sociali, disattese per troppo tempo; i punti nascita dei piccoli comuni non importa se a mezz’ora di strada di pianura, in una società che ha smesso di desiderare o non si può permettere dei figli, ma urgono ostetrici, ginecologi, neonatologi a qualsiasi costo; la neuropsichiatria infanzia e adolescenza e la psichiatria in genere, per arginare il disagio, perché chiamarla malattia sarebbe brutto, dei tanti adolescenti, allevati appunto in un mondo senza speranza e degli adulti che trovano rifugio in comportamenti violenti e di sopraffazione, avendo da tempo abdicato al gusto della conoscenza.

Servirebbero medici, ma non si trovano, o meglio si troverebbero, se tutelassimo un minimo il loro operato e garantissimo ciò che di regola dovrebbe essere dato ad ogni prestatore d’opera: condizioni dignitose di lavoro, rispetto di quanto pattuito, giusta retribuzione.

Ma questi sono a quanto pare pensieri antichi e delle tick toker alla quale abbiamo offerto 10 euro al giorno per 10 ore di lavoro, ai colleghi di Parma, azienda ospedaliero-universitaria, non resta altro che salire sulle barricate, attenzione perché qui storicamente funzionano e comunque la gente ci crede e battersi per ottenere, forse in autunno se ci saranno, 46 euro medi mensili di stipendio di risultato. Ovviamente lordi. Pagati a fine 2022, ma prodotti nel 2021. Stiamo parlando di specialisti, quelli che aprono le pance, i cervelli, i cuori, che fanno respirare o più semplicemente regalano qualche mese in più di vita dignitosa.

O in Romagna, dove a chi non cede all’offerta che prevede una adesione volontaria, viene decurtato lo stipendio. Così dall’oggi al domani. Quella della Romagna è una storia complessa, ma questa è la sintesi. Incontrovertibile.

Contemporaneamente paghiamo in media 100 euro l’ora ai famosi medici volanti, come nei telefilm anni ’70 che non hanno paura di dire che vanno dove li porta il portafoglio. Professionisti richiesti, proprio perché privi di ambizioni che non siano monetarie. Un tempo si sarebbe detto pochi, sporchi e subito. Ma non sono così pochi e sono sicuramente sottratti ad altro. Vivere come se non ci fosse un futuro.

Eravamo una società civile, ma evidentemente le brutture di questi anni ci hanno ridotto a questo.

Poca scuola, poca salute e solo per chi se la può permettere. Tanto un poliambulatorio a pagamento sotto casa non lo si nega a nessuno.

Mi chiedo quindi quando parliamo di futuro in sanità a cosa ci riferiamo. E qualcuno dovrebbe spiegarlo ai miei colleghi. E anche a me.

Ester Pasetti
Segretaria Anaao Assomed Emilia Romagna

27 Giugno 2022

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