Medicina del Territorio: evitare lo strabismo dell’utente finale

Medicina del Territorio: evitare lo strabismo dell’utente finale

Medicina del Territorio: evitare lo strabismo dell’utente finale

Gentile direttore,
non posso non essere d’accordo con Emanuele Lisanti sul fatto che “l’invecchiamento della popolazione, la medicina sempre più specializzata, le risorse economiche che portano a restrizioni sui servizi e sulle giornate di degenza assegnano all’assistenza territoriale un ruolo fondamentale”. Proprio per questo sono a mia volta incuriosito su come l’istituzione di strutture ambulatoriali infermieristiche gestite da infermieri di famiglia possano portare un contributo, prestazionale ed economico, al miglioramento dell’assistenza territoriale, se avulse da una ridefinizione globale dei processi  in essere e in divenire in tale ambito nel nostro Paese: il tutto non certo per difese corporative preconcette, ma nella convinzione che duplicazioni di offerte non giovino ai fruitori delle stesse e non siano “salutevoli” per i conti pubblici.
 
Se si utilizza il termine di “refugium peccatorum” ciò avviene perché si avvicinano pericolosamente, da parte di alcuni, esigenze occupazionali (reali e legittime) e attuali “vuoti” per realizzare equazioni al momento non verificabili, mentre invece proprio l’esigenza di far fronte al crescente fenomeno dell’invecchiamento ed alla riduzione dei posti letto ospedalieri prevede necessariamente un percorso di condivisione che tenga conto realisticamente dei  richiamati “processi” in tutta la loro filiera.
 
Non esiste una “supremazia” di una professione su un’altra, ma semplicemente un insieme integrato  di  competenze differenti che non può non tener conto di realtà consolidate da decenni , patrimonio di esperienze, di professionalità e di rapporti fiduciari, nell’ottica certamente di un’offerta globale che non può però ingenerare confusioni nel destinatario.
 
La crescita culturale di molte categorie non è certo in discussione, e ben mi guardo dal darne valutazioni riduzionistiche, ma lo spezzettamento indefinito delle aree di pertinenza dinanzi a chi non è detto conosca con precisione la differenza tra diagnosi mediche e  infermieristiche, così come la separazione del continuum assistenziale tra cura e prevenzione, educazione sanitaria e counseling medico, non credo contribuisca alla chiarezza per chi rischierebbe lo strabismo tra professionisti di riferimento che su tematiche identiche potrebbero fornire indirizzi diversi, con buona pace dell’unitarietà d’azione.
 
Unitarietà d’azione che proprio l’esistenza di prescrizioni, professionisti e strutture differenti potrebbe anzi vanificare se venisse  sdoppiata la figura deputata all’orientamento del cittadino/utente/paziente, indissolubilmente legato ad un coordinamento che non può essere slegato da assunzioni di responsabilità, civili e non solo penali, previste dalla legge e implementate dalla giurisprudenza, che non prevedono la possibilità di “conquiste”.
 
 
Francesco Buono
Medico di Medicina Generale

01 Giugno 2013

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