Speciale ESMO. Melanoma: il futuro è la terapia di associazione

Speciale ESMO. Melanoma: il futuro è la terapia di associazione

Speciale ESMO. Melanoma: il futuro è la terapia di associazione
Combinare diverse terapie tra loro è la nuova la parola d’ordine nel trattamento del melanoma in fase avanzata. Lo dimostrano gli studi sui nuovi farmaci, presentati in questi giorni al congresso europeo di oncologia e pubblicati sul New England Journal of Medicine

Combine, combine, combine!”, twittava il professor Paolo Ascierto da Madrid, assistendo alla presentazione dei risultati degli ultimi studi sul melanoma BRAF mutato in fase avanzata. Secondo il grande esperto dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Fondazione Pascale’ di Napoli la terapia di associazione rappresenta infatti “il nuovo motto e la nuova sfida del trattamento del melanoma”.
 
Lo studio di fase III CoBRIM, effettuato con la somministrazione combinata di vemurafenib (un BRAF inibitore) e cobimetinib (un MEK inibitore) ha dimostrato che quest’associazione consente di ottenere una migliore sopravvivenza libera da malattia (PFS) e tassi di risposta superiori rispetto al solo vemurafenib, nei soggetti con melanoma BRAF-mutato.
Questo trial ha arruolato 495 pazienti affetti da melanoma localmente avanzato o metastatico, non operabile e portatori della mutazione BRAF V600, assegnandoli in maniera randomizzata al trattamento con vemurafenib (960 mg due volte al dì per 28 giorni) associato a cobimetinib (60 mg al dì per 21 giorni) o a placebo.
 
In soggetti trattati con l’associazione vemurafenib-cobimetinib hanno presentato una PFS di 9,9 mesi, contro i 6,2 mesi di quelli trattati con solo vemurafenib e una riduzione del 49% nel rischio di progressione. Il tasso di risposta è stato rispettivamente del 68% nel braccio terapia di associazione contro il 45% nel gruppo di controllo; una risposta completa è stata osservata nel 10% dei pazienti trattati con l’associazione dei due farmaci e solo nel 4% di quelli trattati con vemurafenib. L’associazione dei due farmaci ha prodotto un maggior numero di reazioni indesiderate di grado 3 rispetto al solo vemurafenib, ma ha ridotto la percentuale di reazioni indesiderate cutanee che possono presentarsi incorso di trattamento con vemurafenib.
 
“Prima di acquisire i risultati di questo studio – afferma Grant McArthur, direttore del Cancer Therapeutics Program presso il Peter MacCallum Cancer Centre di Melbourne, Australia– sapevamo solo che l’associazione vemurafenib-cobimetinib fosse sicura e desse promettenti tassi di riduzione della massa tumorale. Questo studio ci ha consentito di misurare la consistenza dei risultati di questa terapia; riteniamo dunque che l’associazione del BRAF del MEK inibitore diventerà il nuovo standard di trattamento del melanoma BRAF mutato in fase avanzata”.
 
 
Anche l’associazione dabrafenib-trametinib produce un miglioramento della sopravvivenza complessiva (OS) e della PFS rispetto al solo trattamento con vemurafenib, nei pazienti con melanoma portatori della mutazione BRAF V600. Sono i risultati di un trial di fase III in aperto presentati a Madrid, condotto su 704 pazienti. Nei soggetti in terapia di associazione è stato riscontrato un miglioramento del 31% nell’OS e una riduzione del 44% del rischio di progressione, rispetto alla monoterapia con vemurafenib. La PFS è risultata di 11,4 mesi nel gruppo in terapia di associazione e di 7,3 mesi nei pazienti trattati con vemurafenib. Lo scorso luglio, il trial è stato interrotto e i pazienti in monoterapia sono stati spostati sul braccio ‘terapia di associazione’.
 
“Questi risultati – commenta la dottoressa Caroline Robert, direttore della Dermatologia presso l’Istituto Gustave Roussy di Parigi, Francia –corroborano ulteriormente i dati preclinici circa il fatto che un blocco più completo della via delle MAP-chinasi possa ritardare l’emergenza di resistenza alla terapia e questo si traduce a livello clinico in una prolungata sopravvivenza per i pazienti”.
 
“Mentre la monoterapia con un BRAF inibitore – commenta il dottor Reinhard Dummer dell’Ospedale Universitario di Zurigo, Coordinatore del Gruppo Melanoma dell’ESMO – è considerata attualmente il trattamento standard per il melanoma BRAF mutato in fase avanzata, i risultati di questi due trial, insieme ai dati provenienti da altri studi pubblicati quest’anno, forniscono prove sufficienti sul fatto che la terapia di associazione, sia con dabrafenib e trametinib, che con vemurafenib e cobimetinib, rappresenterà il futuro della terapia sistemica per questa popolazione di pazienti”.
 
L’incidenza del melanoma è nettamente aumentata nell’arco degli ultimi 30 anni; nel 2012 ne sono stati registrati 232.000 nuovi casi. Metà dei pazienti con melanoma sono portatori della mutazione BRAF V600. Il melanoma in fase metastatica è molto difficile da trattare e l’aspettativa di vita di questi pazienti è molto ridotta: a 5 anni la sopravvivenza è del 15-20% e a 10 anni del 10-15%.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

29 Settembre 2014

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