Le colpe dell’aziendalismo in sanità

Le colpe dell’aziendalismo in sanità

Le colpe dell’aziendalismo in sanità
In tutta questa caduta del sistema, molte delle responsabilità vanno fatte risalire al sistema dei controlli ministeriali, incapaci di rimediare, ma sul serio, alle undici Regioni in piano di rientro, tra le quali cinque commissariate ad acta, rimaste oggi due. I Tavoli, in buona sostanza, hanno fatto politica più di quanto spettava a chi ebbe l’idea di prevedere un siffatto assurdo sistema.

Il Rapporto Fnomceo-Censis 2024 mette in piazza il vero vulnus della assistenza sanitaria, decaduta a livelli mai vissuti. Il disservizio incrementa di anno in anno, di giorno in giorno. Il titolo dell’anzidetto pregevole documento la dice lunga in proposito. Ha un titolo emblematico “Il necessario cambio di paradigma del Servizio sanitario: stop all’aziendalizzazione e ritorno del primato della salute”, dimostrativo del pollice verso l’aziendalismo.

Le colpe di tutto questo sono indefinibili, tanta è stata la complicità degenerativa di portare il diritto di “tutela della salute” (art. 32 della Costituzione) alla negazione assoluta. I fatti lo hanno dimostrato da decenni con un Covid che ha fatto ciò che ha voluto, un Mezzogiorno che ricorre alla mobilità passiva per quattro miliardi l’anno, un sistema pubblico ospedaliero e specialistico che dimostra una sua efficace esistenza esclusivamente con i 51 Irccs, che è bene ricordare sono strutture accreditate di diritto dal Ssn, di cui 30 privati.

A tutto questo disastro ha contribuito una organizzazione vecchia e obsoleta, con un aziendalismo che: ha ridotto l’azione della sanità pubblica ai minimi livelli storici; ha compresso la ricaduta assistenziale sì da portarla ad un fuggi fuggi verso soprattutto gli Irccs lombardi, emiliano-romagnoli e laziali; ha costretto la povera gente a svendersi tutto per conquistare un angolino nella sanità a pagamento; ha fatto diventare l’assistenza pubblica merce da vendere a cura della “politicanza” che conquista consenso a furia di posti letto e salto di liste d’attesa procurati indebitamente; ha messo in mano la sanità aziendalizzata a circa 300 direttori generali che a definirli esempi del manierismo si è tanto generosi.

In tutta questa caduta del sistema, molte delle responsabilità vanno fatte risalire al sistema dei controlli ministeriali, incapaci di rimediare, ma sul serio, alle undici Regioni in piano di rientro, tra le quali cinque commissariate ad acta, rimaste oggi due. I Tavoli, in buona sostanza, hanno fatto politica più di quanto spettava a chi ebbe l’idea di prevedere un siffatto assurdo sistema.

La maggiore colpa di tutto questo disservizio pubblico è da fare risalire al peso fatto assumere al MEF attraverso l’esercizio dei Tavoli di verifica degli adempimenti, prima Massicci, poi Adduce ed oggi Filippi. Essi sono stati – con una sorta di complicità non consapevole ovvero soccombente con il Tavolo permanente della verifica dei Lea (presieduto in passato da un grande esperto: Filippo Palumbo – la rovina nella sanità, con i chiamati a presiederli che vincevano e vincono sui ministri alla sanità per KO tecnico. Specie in forza dell’altra combinazione istituzionale con l’Agenas, che è anche essa da rivedere nella sua posizione di regista del Ssn.

Stessa responsabilità ha avuto e ha la RGS che ha, tra l’altro, consentito, attraverso l’apposizione del cosiddetto bollino della bontà giuridico-economica, ciò che non sarebbe dovuta mai divenire legge della Repubblica perché contrario ai principi costituzionali, alle leggi dello Stato e ai principi contabili, nazionali e internazionali.

Basta vedere i casi che hanno riguardato e riguardano il Lazio, la Calabria e oggi la Puglia.

Il primo (il Lazio) de-commissariato con una svista abnorme sui bilanci, ritenuti degni del premio nonostante quasi un miliardo di crediti al 2022 inesistenti ovvero lasciati a dormire per poi sparire diminuendo il patrimonio netto (si veda qui articolo del 17 febbraio scorso). Non solo. Avviato oggi ad uscire dal piano di rientro, in una situazione che ovunque, in Europa ma anche nell’USA di Trump, avrebbe dato il via a diversi processi contabili e non solo.

La seconda (la Calabria) destinataria di una legge di conversione ad hoc ove la RGS dà l’ok alla ricostruzione dei bilanci omessi, sino ad un novennio (Asp di RC), in spregio al principio inderogabile della continuità di bilancio, garante della trasparenza e delle certezza dei conti pubblici. Un bollino ad una soluzione simile, avrebbe ispirato Gaber a dire: neppure in Uganda. I bilanci non si ricostruiscono, questa è la regola. Ove mai i loro risultati si appostano sull’ultimo bilancio, quello contemporaneo, a titolo di componenti straordinarie, sopravvenienze attive o passive.

La terza (la Puglia). Qui la RGS diventa rigida, forse facendo venia delle generosità pregresse destinate al Lazio e alla Calabria. Fa le pulci, per alcuni versi correttamente, alla legge di bilancio regionale per il 2025. E lo fa pesantemente, formulando 44 osservazioni, tali da comportare un vocabolario di chiarimenti. Una eccezione di peso riguarda lo scorporo dell’ospedale pediatrico “Giovanni XXIII” dal (già) Policlinico di Bari sì da riportarlo nella competenza dell’Asl barese, non criticata sul piano del merito bensì su quello formale. Ciò in quanto “non è stato preventivamente comunicato nell’ambito del monitoraggio del Piano di rientro”. Un modo, questo, per continuare a gestire la sanità nazionale attraverso i “Tavoli” alla faccia del regionalismo asimmetrico.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

25 Febbraio 2025

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