Atto medico e atto sanitario: distinguere le competenze tutela i pazienti

Atto medico e atto sanitario: distinguere le competenze tutela i pazienti

Atto medico e atto sanitario: distinguere le competenze tutela i pazienti

Gentile Direttore, nel dibattito sul ruolo delle professioni sanitarie si tende talvolta a rappresentare la distinzione delle competenze come il residuo di antichi privilegi o, addirittura, come una forma di discriminazione.

Gentile Direttore,

nel dibattito sul ruolo delle professioni sanitarie si tende talvolta a rappresentare la distinzione delle competenze come il residuo di antichi privilegi o, addirittura, come una forma di discriminazione.

È un’impostazione che rischia di portare il confronto nella direzione sbagliata.

Tutte le professioni sanitarie hanno pari dignità e concorrono, secondo le rispettive competenze, alla tutela della salute. La moderna assistenza sanitaria richiede autonomia professionale, responsabilità e integrazione multiprofessionale.

Ma pari dignità non significa identità delle competenze. E autonomia non significa intercambiabilità dei ruoli.

L’autonomia professionale non è infatti una potestà generale attraverso la quale una professione possa progressivamente ampliare il proprio campo di attività. Significa esercitare con autonomia e responsabilità le competenze che l’ordinamento attribuisce a quella professione, nel rispetto del profilo professionale, della formazione, delle abilitazioni e delle norme che regolano l’attività.

In altre parole: essere autonomi nell’esercizio della propria professione non significa poter stabilire autonomamente i confini della professione stessa.

È qui che assume particolare importanza la distinzione tra atto medico e atto sanitario.

L’atto medico comprende le decisioni che richiedono una valutazione clinica complessiva della persona e l’assunzione della relativa responsabilità: diagnosi medica, prognosi, indicazione terapeutica, prescrizione e definizione del percorso clinico.

L’atto sanitario comprende invece le attività che le altre professioni sanitarie esercitano, anche con piena autonomia tecnico-professionale e responsabilità propria, nell’ambito delle competenze attribuite dai rispettivi ordinamenti.

Autonomia dell’atto sanitario non significa trasformazione dell’atto sanitario in atto medico, è una distinzione funzionale, professionale e di responsabilità.

E tale distinzione non può essere modificata semplicemente introducendo nuovi modelli organizzativi, nuovi luoghi di erogazione o nuove terminologie.

La prossimità dei servizi rappresenta certamente un valore. Rendere più accessibili al cittadino informazione, educazione sanitaria, prevenzione e orientamento può contribuire a migliorare l’assistenza.

Ma la prossimità non modifica le competenze professionali.

Il luogo nel quale un professionista opera non cambia la natura dell’atto sanitario che compie, né trasforma automaticamente quel luogo in un setting clinico o riabilitativo. Allo stesso modo, un progetto sperimentale o una nuova modalità organizzativa non possono diventare, per il solo fatto di essere innovativi, fonte di nuove competenze.

Soprattutto quando ci si trova davanti a una persona affetta da una patologia, da una disabilità o da una condizione clinica complessa, le parole devono conservare il loro significato.

Intercettare un bisogno non equivale a formulare una diagnosi.
Orientare non equivale a prescrivere.
Valutare nell’ambito delle proprie competenze non equivale ad assumere la responsabilità clinica complessiva del paziente.
Educare all’autogestione non equivale a definire autonomamente un percorso terapeutico-riabilitativo.

E cambiare il nome di una funzione non ne modifica la natura professionale e giuridica.

Anche gli Ordini professionali hanno il fondamentale compito di valorizzare e tutelare le rispettive professioni. Ma la legittima valorizzazione di una professione non può tradursi nell’ampliamento, attraverso comunicazioni, indirizzi o sperimentazioni organizzative, delle competenze che l’ordinamento le attribuisce.

Le professioni possono e devono evolvere. Ma l’evoluzione delle competenze deve avvenire attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento, definendo contestualmente formazione, responsabilità e garanzie per il cittadino.

Le competenze non si acquisiscono per consuetudine, per reiterazione comunicativa o attraverso la progressiva occupazione di nuovi spazi assistenziali.

La Medicina Fisica e Riabilitativa è uno degli ambiti nei quali questa distinzione appare più evidente. La riabilitazione richiede l’intervento coordinato di medici, fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti, infermieri, psicologi e degli altri professionisti necessari.

Nessuna di queste professionalità è “minore”.

Ma proprio perché tutte possiedono una propria dignità e una propria specificità, nessuna ha bisogno di estendere il proprio campo alle competenze dell’altra per vedere riconosciuto il proprio valore.

È questa integrazione, e non la sovrapposizione, a costruire una vera presa in carico.

ANF ritiene quindi necessario superare due impostazioni ugualmente sbagliate: quella che considera le professioni sanitarie non mediche subordinate alla professione medica e quella che considera ogni distinzione delle competenze un privilegio corporativo da abbattere.

La strada moderna è un’altra: autonomia nelle rispettive competenze, integrazione tra professionisti e chiarezza delle responsabilità.

Perché distinguere le competenze non significa difendere privilegi.

Significa tutelare il paziente.

Mauro Piria, Segretario Nazionale ANF Associazione Nazionale Fisiatri – Aderente CIMO

08 Settembre 2026

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