Gentile Direttore,
dopo l’approvazione della legge regionale dell’Emilia-Romagna sul “fine vita” (Suicidio Medicalmente Assistito – SMA -) in diversi, politici e autorità morali, sono intervenuti. Alcuni sono intervenuti per indicarne la pericolosità e la inutilità. Secondo costoro la pericolosità deriverebbe dal rischio di “deriva eutanasica”, dall’affermarsi della “cultura della morte” e dalla “resa” dello Stato dinanzi alla sofferenza, mentre l’inutilità verrebbe dal fatto che le cure palliative, in grado di affrontare ogni sofferenza, fisica o psichica, rendono inutile la scelta del suicidio assistito. Sono tesi sbagliate, le une e le altre e, insieme alla inerzia del Parlamento, che perdura da otto anni – prima l’ordinanza del 2018 e poi la sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale – e da quella del Governo – nei suoi 4 anni di carica – su un tema così rilevante rende la legge emiliano-romagnola preziosa e utile.
La legge regionale 10/2026 sul SMA è fedele ed aderente alle indicazioni della Corte Costituzionale, non prevede alcuna eutanasia, non paventa alcuna evoluzione in senso eutanasico e non abdica in alcun modo alla cura, alla assistenza e al sostegno del paziente che richiede di porre fine alle proprie sofferenze.
L’eutanasia nel nostro Paese è un reato e certo nessuna legge regionale potrebbe mai modificare il codice penale. Non è prevista in alcun modo una modalità di “fine vita” oltre quella che il paziente– con la verifica puntuale e precisa insita nell’operato dei Comitati CoVam e COREC – decide di compiere, autonomamente e liberamente e con l’assistenza, moralmente dovuta per non abbandonarlo, dei sanitari.
Anche questo passaggio che la legge prevede avvenga in un contesto di relazione, di assistenza e di cura è un accompagnamento – come ha scritto il Comitato per l’Etica di Fine Vita – in un percorso che potrebbe invece vedere altre terribili modalità o il ricorso ai centri privati in Svizzera, ove non esistesse questa possibilità di scelta che garantisce al singolo cittadino il diritto a trovare risposta nel Servizio sanitario regionale pubblico della Emilia-Romagna.
L’enfasi sulle cure palliative è culturalmente comprensibile, tali sono i passi in avanti fatti dalla medicina sulla capacità di eliminare il dolore e di dare qualità della vita, ma al contempo, epidemiologicamente e giuridicamente debole.
L’epidemiologia delle patologie e delle richieste, quelle note, sin qui fatte per accedere allo SMA nel nostro Paese mostrano una netta prevalenza delle patologie neurologiche rispetto a quelle oncologiche in cui le cure palliative danno il meglio delle loro capacità. Sulle neurologiche – il cui esempio classico è la Sclerosi Laterale Amiotrofica o altre patologie neurodegenerative simili – è assai meno incisivo il ruolo delle cure palliative nel dare qualità di vita.
Inoltre, è abbastanza noto dalla letteratura scientifica che anche in campo oncologico le cure palliative non sempre (la refrattarietà è considerata non trascurabile dagli stessi palliativisti) risultano in grado di eliminare tutti i sintomi, al punto che una quota significativa ricorre alla sedazione profonda.
Vi è poi la forza del diritto che non può basarsi sui soli numeri, dovendo essere difeso il diritto anche del singolo cittadino.
Le ripetute sentenze della Corte Costituzionale, in un quadro di condizioni ben definito, consegnano ai cittadini emiliano-romagnoli una opzione sul loro “fine vita” che è valido – come per chiunque – anche senza una legge regionale, attraverso un giudice ordinario. Questo diritto indiretto, derivato dalla depenalizzazione della assistenza al suicidio assistito, senza una legge regionale vedrebbe risposte incerte, con possibili ritardi oltre i tempi clinici di aspettativa di vita, oltre che potenzialmente frettolose, senza omogeneità sul territorio regionale e con il rischio di essere insostenibili per umanità ed equità.
Invocare le cure palliative come la “cura di tutto”, in grado di dare sempre qualità e dignità (secondo una idea esterna al paziente) in tutte le patologie irreversibili, come fosse la panacea che rende addirittura inutile il diritto al rifiuto delle cure ed alla autodeterminazione per la propria idea di dignità della vita, appare irrealistico e prima ancora ingiusto.
La Regione Emilia-Romagna, con la Legge 10/2026, ha legiferato come consentito dalla competenza in materia di “tutela della salute” (art.117 Costituzione), sic stantibus rebus, rispettando pienamente l’equilibrio, oggi il più avanzato possibile in vacanza di una legge nazionale, tra la natura “comunitaria” (di tutela della persona) e “liberale” (di autodeterminazione) della nostra Costituzione. Era una sua prerogativa, accertata e consegnata dalla Corte (sentenza della Corte Costituzionale 204/2025 sulla legge regionale toscana) ed era suo dovere, in linea con la storia di avanguardia nei diritti, legiferare.
Paolo Trande
Medico e consigliere regionale Alleanza Verdi e Sinistra Emilia-Romagna
Giovanni Gordini
Medico e consigliere regionale civico Emilia-Romagna