L’emendamento che prevede il reintegro dei medici no vax radiati dai rispettivi Ordini è, per ora, fermo. Le trattative nella maggioranza sono ancora in corso e il testo potrebbe essere modificato oppure non vedere mai la luce. Ma è proprio questa fase di stallo a rendere la vicenda politicamente interessante.
Non si tratta di un reintegro automatico. Ma ridurre tutto a una questione procedurale significherebbe non cogliere il cuore del problema.
L’emendamento non nasce da un’esigenza del Servizio sanitario nazionale. Non risolve una carenza di personale, non interviene sulle liste d’attesa, non migliora l’organizzazione delle cure. È un provvedimento dal forte valore simbolico, che riapre una delle fratture politiche più profonde lasciate dalla pandemia e rimette in discussione decisioni disciplinari assunte dagli Ordini professionali nell’esercizio delle loro funzioni.
La proposta, presentata da Fratelli d’Italia con prima firmataria Alice Buonguerrieri nell’ambito dell’esame della legge delega di riforma delle professioni sanitarie, introduce un nuovo articolo 42-bis nel Dpr n. 221 del 1950. La norma consentirebbe, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, la richiesta di reiscrizione all’albo per alcuni professionisti sanitari radiati “per fatti non dolosi connessi alla pandemia”, purché sia ancora pendente il ricorso davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (Cceps). Nei casi in cui la radiazione sia conseguenza di una condanna penale, la domanda potrebbe essere presentata solo dopo l’intervenuta riabilitazione.
È per questo che le preoccupazioni espresse dalla Fnomceo meritano attenzione. Non siamo di fronte a una controversia corporativa. In gioco ci sono l’autonomia degli Ordini professionali, la credibilità della funzione disciplinare, la tutela della deontologia medica e, soprattutto, la fiducia dei cittadini nel sistema sanitario.
Se il Parlamento introduce una norma che consente di riscrivere gli effetti di provvedimenti disciplinari adottati dagli Ordini, si apre inevitabilmente un precedente. Oggi riguarda vicende legate al Covid. Domani potrebbe riguardare qualsiasi altra decisione disciplinare che una maggioranza politica ritenga opportuno correggere. Il rischio è che l’autonomia degli Ordini diventi una variabile subordinata a maggioranze parlamentari per loro natura transitorie.
Ma il punto politico più rilevante è un altro.
Fratelli d’Italia e Lega hanno già fatto capire di considerare questa misura una battaglia da portare avanti. La vera partita, quindi, non si gioca dentro i due principali partiti della destra, bensì nel resto della maggioranza.
L’ago della bilancia sono Forza Italia e i gruppi moderati del centrodestra.
Sono gli stessi partiti che durante la pandemia hanno sostenuto la campagna vaccinale, difeso le istituzioni sanitarie e rivendicato la necessità di affidarsi alle evidenze scientifiche. Oggi sono chiamati a decidere se quella posizione fosse una convinzione o soltanto una parentesi imposta dall’emergenza.
Per questo il voto su questo emendamento rappresenta una prova di maturità politica.
Se ritengono la norma sbagliata, devono dirlo adesso e impedirne l’approvazione. Limitarsi ad approvarla lasciando il “lavoro sporco” al Presidente della Repubblica, nell’esercizio delle sue prerogative costituzionali, sarebbe un atteggiamento quantomeno ‘ignavo’. Una deresponsabilizzazione politica tanto più grave in un momento in cui il Quirinale è già bersaglio di attacchi provenienti da esponenti della stessa maggioranza per la vicenda della richiesta di grazia al gioielliere Mario Roggero.
La responsabilità delle leggi appartiene al Parlamento. Non può essere sistematicamente trasferita al Capo dello Stato.
Questa vicenda, allora, va ben oltre il destino di alcuni medici radiati.
Misurerà la reale capacità dell’area moderata del centrodestra di esercitare un’autonoma funzione di equilibrio all’interno della coalizione oppure di accettare, anche su questioni che investono la salute pubblica e l’autonomia delle istituzioni, la linea dettata dall’asse Fratelli d’Italia-Lega.
È una prova che guarda già alla prossima legislatura.
Se le forze liberali e moderate rinunciano a segnare il confine proprio su temi come il rapporto tra politica e istituzioni, l’autonomia degli Ordini professionali e la tutela della salute pubblica difficilmente potranno rivendicare domani un ruolo di argine rispetto a un ulteriore possibile spostamento del baricentro della coalizione verso destra con Futuro Nazionale in campo.
Il voto su questo emendamento dirà molto più del destino dei medici coinvolti. Dirà se nel centrodestra esiste ancora uno spazio politico capace di porre un limite alle pulsioni identitarie della maggioranza oppure se anche le forze moderate rinunceranno alla propria funzione, perdendo non solo la capacità di incidere sugli equilibri della coalizione, ma anche quella di rappresentare un punto di riferimento credibile e un porto sicuro per quell’elettorato che continua a guardare al centrodestra come a un’area politica di governo, liberale e istituzionale.