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Fnomceo, le donne e il problema del reclutamento

di Gemma Brandi

26 GEN - Gentile direttore,
nel ringraziare Ivan Cavicchi della fiducia che ha voluto esprimere nei confronti di alcune donne medico, propongo qui un punto di vista, tra i tanti, sul monocolore di genere nel Consiglio Fnomceo cui nondimeno va il mio augurio “interessato” di buon lavoro.
 
Ci sono costellazioni che danno nell’occhio: tale è l’assetto, totalmente maschile, di rappresentanza nazionale della professione medica che vedeva, nel 2016, le donne al 40% degli iscritti agli Ordini e al 60% tra gli under 50. Restando fermi al genere, si aprirebbe qui il ribadito - mai abbastanza a quanto pare - interrogativo sul perché. E allora ci si imbatterebbe nel manipolatore o nello stolto di turno pronti, l’uno e l’altro, a invitare le donne a tirare fuori i loro attributi, il coraggio necessario, la generosità partecipativa, addirittura il merito.
 
Questa visione semplicistica finisce per gettare fango sul genere femminile. La materia è ben più complessa e sfumata, come è naturale che sia quando entrano in gioco mentalità culturogiche sedimentate e annessi usi invalsi.

Suggerisco di provare a uscire da questa angolatura ristretta, aprendo il grand’angolo sullo scalpore dell’assoluto maschile al vertice della Fnomceo. Lancio l’idea di essere politically uncorrect, di non accettare la ipocrisia conformista che rende assai più comodo parlare di genere anziché di modalità di “reclutamento”.
 
Sono le prassi di reclutamento dominanti a creare i mostri di cui qui parliamo, a indebolire il grande apparato della cura, a fare strage delle pari opportunità. Se il reclutamento continuerà ad avvenire come oggi accade ovunque - non solo nella cooptazione presso la Fnomceo - le possibilità di contare sul rispetto del diritto alla buona cura per tutti, oggi sfilacciatissimo, si strapperà definitivamente e a nulla serviranno i buoni arpioni piazzati per la scalata impervia che la Legge 833/78 si era proposta di disegnare. Ho la presunzione, da donna, di ritenere che le donne abbiano afferrato appieno il potenziale censorio e punitivo implicito nel politically correct e nelle conseguenti regole di reclutamento, e abbiano preferito sottrarsi, non partecipando al banchetto dei vantaggi e degli svantaggi di una scelta rischiosa per l’etica o per la vita.

A ben vedere, da una disamina di questo tipo le donne non escono perdenti, ma da figure consapevoli del rischio di manipolazione, altro che incapaci di visione, poco temerarie, piuttosto che codarde, meno disposte ad assumere responsabilità pericolose - quelle che mettono a repentaglio la sicurezza della cura, tanto per restare al nostro compito istituzionale- dei ’gnorsì pronti ad assicurare “ghe pensi mi”, non importa a cosa. Forse è tempo di raccogliere il guanto di sfida del politically correct, diventato l’alibi di un conformismo ipocrita contro ogni deviazionismo insito nella lucidità, ed esprimere il proprio parere, ancorché scomodo per “il sistema” che esige il rispetto di una data ortodossia - quella della supremazia sindacale, tanto per stare alla composizione ordinistica.
 
La cosa richiede coraggio, ma solo così potremo affrontare i problemi titanici sul tappeto. Per avere la meglio servono realismo, immaginazione, convinzione, che sola discende dalla competenza e dalla esperienza, tutto il resto essendo mera presunzione.
 
Se la Fnomceo riconoscesse il valore di una simile prospettiva, potrebbe inventare, a partire dal tema del genere, con realismo, immaginazione, convinzione, una via di uscita dall’impasse in cui si trova, destinata a portare meno acqua al mulino di una partecipazione professionale qualificata e trasparente.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista


26 gennaio 2018
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