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Per i medici è l’ora del cambiamento

28 MAR - Gentile Direttore,
Ivan Cavicchi mi chiama in causa su un tema troppo importante perché non ti chieda spazio per un ulteriore commento.  Con la premessa che entrambi siamo animati dallo stesso spirito riformista e da una comune visione della medicina e del servizio sanitario. Definire Ivan "hegeliano" è scherzoso e, insieme, affettuoso, forse nasconde un'insofferenza liceale per le dimostrazioni rispetto alle descrizioni. Le opinioni sono di ognuno ma i fatti sono di tutti. Mi riconosco in grandissima parte nel pensiero di Ivan ma quando provo a calarlo nella realtà qui cominciano i guai.
 
Anelli, nella sua relazione che ho apprezzato moltissimo (Filippo sa quanto lo stimo da quando giovanissimo frequentava la nostra FIMMG), sostiene che i medici debbono riconquistare "autonomia e responsabilità professionale", che esiste una "questione medica" e che per garantire gli obbiettivi di salute i medici debbono essere posti in condizione di gestire le risorse anche economiche "restando medici", senza essere "imbrigliati da responsabilità non pertinenti". Rinnovare la professione quali "produttori di salute".

 
Mi associo senza riserve: da molti anni sostengo che il medico, nella misura in cui segue il Codice Deontologico, non può non misurarsi quotidianamente con i progressi della scienza e con le trasformazioni della società, tuttavia restando fedele ai valori fondanti della professione, essere libero per aiutare chi soffre. Non solo curare o prevenire le malattie ma produrre salute. Ciò implica una prima variabile: la governance quale strumento di "produzione di salute" nei confronti non solo della persona ma della collettività. Non è inutile ricordare che il servizio sanitario rappresenta il più concreto baluardo contro le diseguaglianze della società globale.
 
Cavicchi dà ampia veste a concetti analoghi. Alla società di oggi serve un medico nuovo, quindi "sostenibilità e appropriatezza attraverso il medico", "riformando sia l'azienda sanitaria che il ruolo giuridico del medico" mediante un opera di autocambiamento. Se vi è una questione medica, sostiene Ivan, occorre "cambiare il medico mediando con il contesto". Questo è il punto principale e sono d'accordo. La medicina è un valore antropologico e il medico una funzione sociale per cui i due termini sono elementi dello stesso costrutto. Partiamo quindi dai bisogni, dalla scienza, dalla tecnica, dai valori e il rinnovamento della formazione verrà da sé, università permettendo e questa è un'altra variabile.
 
Il contesto, col quale si deve mediare, è costituito da cerchi concentrici, dalla società globale alla gestione quotidiana. Il quadro politico è cambiato e non sappiamo quale ne sarà tenuta di fronte alla crisi che ancora ci investe; intanto la deriva economicistica ha portato a una medicina amministrata contro cui finora i medici hanno flebilmente reagito.
 
Rivendicare nell'unità di intenti l'orgoglio professionale: ecco un altro punto di forza della relazione del Presidente della FNOMCeO: non vogliamo adattarci ma cambiare, pur nella consapevolezza che la via è lunga e difficile e che la teoria dei piccoli passi, purché nella direzione giusta, è forse la più praticabile. Altrimenti è meglio lasciar fare alla cosiddetta storia che, per lo più, i problemi li risolve da sola.
 
Quindi bisogna abituare i medici alla responsabilità verso la comunità, cioè all'equità, alla relazione umana quale fondamento del loro agire, alla flessibilità rispetto ai cambiamenti della scienza e della tecnica. Possiamo affermare con certezza, con Anelli, che così si comportano i medici e che, se così non fosse, il servizio non starebbe in piedi già da un pezzo. Tuttavia si sente il bisogno di riprogettare sia il medico che la sanità. Sta in questa percezione il cambiamento di passo della Federazione che i medici avvertono come risposta al loro quotidiano disagio.
 
Ivan sostiene che la decadenza della professione non è dovuta a qualcosa che è stato sottratto ai medici e che debba essere restituito e che si può, anzi si deve, sfidare i potenti, la Regione Emilia ad esempio. Ma il motivo a contendere, in quel caso, era l'autonomia della professione infermieristica,  quando la IA, con una banale app, offre già pronta la diagnosi algoritmica.
 
Allora che dire sui rapporti con le altre professioni? Il medico effettua la diagnosi interpretativa e la prognosi, ma tutti collaboriamo nei percorsi assistenziali che oggi sono assai complessi e per gestirli occorre saperlo fare. Ovvio, non confondiamo la gestione con la stupida burocrazia e con la deriva economicistica.
 
Un'altra variabile risiede nel numero di medici. Nel futuro quanti medici occorrono? La risposta sta nell'evoluzione della tecnologia, oltre che nell'incremento dei bisogni, ma ad oggi siamo abbastanza impreparati di fronte alla creative disruption del libero mercato che minaccia questa volta di provocare guai seri. 
 
Tutto ciò porta a un'ulteriore variabile: i giovani colleghi. Per quel che li conosco sono assai preparati, forse più di quanto lo eravamo noi, e convinti delle difficoltà umane della professione. Ma cosa si aspettano e cosa vogliono, in particolare la generazione zero, i laureati in questi anni, sempre connessi ma del tutto isolati? Aspirano a un posto tranquillo e gli aneliti di autonomia appartengono alle nostre generazioni? C'è il rischio di progettare un futuro in cui i giovani non si riconoscono?
 
Penso che il medico debba essere autore della rappresentazione antropologica della sanità. Ma ha bisogno di un teatro assai ben attrezzato e costoso che altri mettono in piedi. Saremo insieme, io e Ivan, in un gruppo di lavoro per la riforma del codice deontologico, un'iniziativa suggerita a Anelli da me e Maurizio Benato.
 
Crediamo negli stessi valori, vogliamo gli stessi obbiettivi, si tratta di tradurre una improbabilità in una possibilità: insomma raddrizzare il legno storto dell'umanità. "Une vaste programme". Ma su una cosa hanno ragione Cavicchi e Anelli: non c'é altra scelta.
 
Antonio Panti

28 marzo 2018
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