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I Forum di QS. La sinistra e la sanità. Danielle Vangieri: “La parabola del soggetto riformatore”

di Danielle Vangieri

L’orribile periodo che abbiamo affrontato ha generato un sentimento diffuso, se non un nuovo compiuto senso comune; certamente una nuova sensibilità per la sanità e la sua gestione in una forma pubblica, universale, gratuita. Un sentimento che dobbiamo considerare una preziosa risorsa ed una importante leva di possibile cambiamento ma che va coltivato con cura per non disperderlo nuovamente

06 APR - Come dichiara lo stesso autore, con questa nuova fatica La sinistra e la sanità, da Bindi a Speranza e in mezzo una pandemia”,ci troviamo di fronte ad un pamphlet, dunque un testo dal piglio volutamente polemico, il cui obiettivo non è tanto sviscerare in analisi di resoconto quello che abbiamo dietro le spalle o l’attuale situazione, pur non rinunciando a toccarne gli aspetti più salienti, ma sollecitare una discussione sul terreno della politica.
 
Le stesse tappe della storia della sanità italiana, con le riforme che l’hanno attraversata (dalla Riforma del 1978, che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale, alla Riforma-ter del 1999), hanno nel testo la funzione di ribadire il perimetro di un’azione riformatrice rigorosamente coerente con quella necessità di una quarta riforma verso la quale da anni Ivan Cavicchi ci incalza, anche dalle pagine di questo quotidiano.
 
Quarta riforma, ancor più necessaria nella fosca luce di una pandemia che, pur nella sua drammaticità, ha rappresentato, e potrebbe ancora rappresentare, un’occasione irripetibile di cambiamento è, dunque, una possibilità concreta di dare gambe a una riforma organica, di respiro ampio, ma che a oggi sembra essere, ahinoi, un’occasione volutamente ignorata.

 
Una discussione al cui centro è riproposto il tema, in realtà mai tralasciato, dell’azione riformatrice che, oggi come non mai, la sinistra dovrebbe svolgere in un settore come quello della sanità pubblica, assumendo su di sé il compito di una rinnovata azione riformatrice. Compito quasi dovuto, visto che l’autore si spinge ad affermare che senza sinistra non c’è sanità pubblica.
 
La responsabilità che Cavicchi pone in capo alla sinistra è dunque enorme, considerato che in gioco vi è lo stesso destino della sanità pubblica. Una sinistra che, però, sembra non solo non avere un pensiero riformatore forte ma appare afona o quanto meno balbettante.
 
Riguardo a questa chiamata, pur nel tono a tratti molto aspro, ma assolutamente non sterile, anzi denso di spunti eretici proficui che spronano al compimento di una scelta (αἵρεσις) lungamente rimandata, mi sia consentito di cogliere anche un cocciuto atto d’amore nei confronti di una sinistra, largamente intesa, cui Cavicchi pure appartiene e che, com’è noto, non ha mai particolarmente amato ciò che è fuori dalla sua ortodossia.
 
Per quanto concerne poi questo mio breve articolo, da persona di sinistra, spero coerentemente con le cose sinora interpretate, mi preme arrivare direttamente al punto, al cuore della domanda di Ivan Cavicchi, che mi pare essere quella se esiste oggi una sinistra identificabile come soggetto riformatore.
 
Non argomenterò, dunque, sulle colpe e le responsabilità, riportate in molta parte del libretto, della sinistra che ha governato e governa le istituzioni regionali, compreso la Regione in cui risiedo, e nazionali: dalla “riforma” del Titolo V della Costituzione, con le tristi conseguenze che la pandemia ha messo sotto i nostri occhi, sino alla degenerazione della proposta di autonomia differenziata. Dall’aver acriticamente sposato le politiche di austerity, sponsorizzato il welfare aziendale, favorito i processi di privatizzazione, all’avallo del definanziamento della sanità pubblica che l’ha messa duramente alla prova di una sua tenuta durante questa crisi sanitaria.
 
Né ricorderò, in una sorta di cocente amarcord, la sinistra, anche di governo, che ha avuto l’ambizione, poi abdicata nel più torvo compatibilismo, di determinare i processi di trasformazione economici e sociali, addirittura di segnare il destino della storia.
 
Infine, neanche proporrò un’analisi dell’attuale situazione di emergenza sanitaria, dei precipitati in termini di diseguaglianze sociali ed economiche, delle vie di uscita ancora possibili a sinistra che non si fermino alla sola vuota retorica che nulla dovrà essere come prima, declinando quindi solo formalmente un cambiamento al quale non si da un seguito concreto.
 
Mi preme, invece, corrispondere all’interrogativo di Ivan Cavicchi in merito alla sinistra quale possibile soggetto riformatore, dovendo, in questo, dare necessariamente due differenti risposte riferendomi, per semplificazione, a due diverse sinistre, pur non condividendo per nulla la teoria delle due sinistre e anzi profondamente convinta che di sinistra ce ne sia una sola.
 
La risposta è un no, se si tratta della cosiddetta sinistra di governo. Perché, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare una consonanza tra la sfida necessaria richiesta, per mettere in campo una riforma organica con alle spalle un pensiero forte e davanti una visione strategica, e la volontà, oltre che eventualmente la capacità, di farlo da parte di questa sinistra.
 
Poiché, a mio avviso, la cosiddetta sinistra di governo, alla quale per buona parte il libretto si rivolge, non appartiene più al campo di questa necessità riformatrice. Non mi pare si sia neanche posta la messa a tema di quel disegno culturale alternativo a cui Cavicchi la sprona. Anzi, ne ha relegata a irrilevanza ogni concreta possibilità, poiché, e in questo caso mi riferisco specificamente ad un suo pezzo, ha scelto il paradigma del potere.
 
Un potere, per di più, amministrato per altro, non per il suo popolo, rendendosi compatibile alle sue regole, generando asservimento alle logiche della compatibilità economica e finanziaria, come avvenuto, anche per la sanità, per gli anni, e i differenti livelli isituzionali, in cui la sinistra di governo ha governato. E come temo avverrà per il futuro in cui è diventato addirittura indifferente con chi si governa.
 
Da qui i toni esitanti e le soluzioni grigie, gli aggiustamenti di facciata e la convenienza di ridurre le contraddizioni a problema a cui somministrare ricette minime. Per cui, di fronte alla possibilità che offre questo pezzo di storia, tragica e dolorosa, legata a una pandemia che è stata giustamente definita una guerra, invece di affrontare l’auspicato tema della riforma organica si preferisce dare risposte gattopardesche, non per distrazione ma per dolo, in cui si fa finta, rimediando a qualche falla più evidente, di cambiare tutto per non cambiare niente. 
 
Senza oramai neanche l’alibi del non si può fare altrimenti perché non ci sono le risorse. Perché, non solo le risorse ci sono sempre state, semmai il tema era la loro allocazione, ma di risorse ne arriveranno tante, anche se insieme a questo grande flusso di soldi si sta già preparando anche un futuro salatissimo conto. Non proprio una buona notizia per la sanità pubblica che tra qualche anno si troverà nuovamente stretta nelle tenaglie della compatibilità.
 
La risposta è un ostinato sì, se l’interrogativo di Ivan Cavicchi chiama in causa una sinistra libera dalle “contraddizioni” del potere. Questa sinistrami pare l’unica che potrebbe farsi soggetto della sperata riforma organica in sanità, a patto che si apparecchi ad una profonda autocritica riguardo ad alcuni suoi vizi profondi che qui non declino perché non pertinenti a questa discussione.   
 
Per il destino della sanità è, infatti, vitale ricostruire un nuovo paradigma in grado di rigenerare la passione per l’agire pubblico e la partecipazione creativa con anche una diversa responsabilità che coniuga libertà e comunità. E, a mio avviso, principalmente in questa drammatico anno trascorso, molto si è risvegliato che possiamo ascrivere a quest’autentica sinistra. Sinistra, che ha messo in campo testa, energia, ragionamento, passione, con il desiderio di difendere ma anche innovare la sanità pubblica. Si tratta, ora, di dare frutto a questo fermento per fare in modo che questa, pur terribile crisi, non vada sprecata.
 
Non dobbiamo, neanche, trascurare che l’orribile periodo che abbiamo affrontato ha generato un sentimento diffuso, se non un nuovo compiuto senso comune; certamente una nuova sensibilità per la sanità e la sua gestione in una forma pubblica, universale, gratuita. Un sentimento che dobbiamo considerare una preziosa risorsa ed una importante leva di possibile cambiamento. Un sentimento che va però coltivato, condividendo l’urgenza dell’agire prima che i riflettori si spengano e il cono di luce che ha investito la sanità pubblica, e le grandi questioni che la riguardano, scivolino nel cono d’ombra dell’oblio con un rischio mortale per la sua stessa sorte. 
 
Infine, a Ivan Cavicchi, della cui quarta riforma in sanità tante cose condivido: la necessità di ripensare il ruolo dello Stato, l’organizzazione, l’aziendalizzazione, la medicina e il lavoro pubblico, l’idea di tutela e di responsabilità, auguro che questo suo libretto apra quell’auspicato dibattito utile non solo alla sinistra ma a chiunque abbia a cuore le sorti della nostra sanità pubblica.
 
Danielle Vangieri
Responsabile sanità Rifondazione Comunista Toscana
 
Vedi gli altri interventi:  CavicchiBonacciniMaffeiRossiTestuzzaSpadaAgnolettoZuccatelliMancin, PepeAsiquasGiannottiAgnettiGianniAgneniPantiTuri, Palumbo.

06 aprile 2021
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