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Psicologia e salute: parlare chiaro, senza ambiguità, per costruire una cultura della cura  democratica

di Sarantis Thanopulos

02 NOV -

Gentile Direttore,
è da un po’ di tempo che gli ordini degli Psicologi si trovano impegnati in una campagna per la piena occupazione dei loro iscritti. La difesa di una categoria professionale è del tutto legittima, ma è importante che essa avvenga senza derive pubblicitarie e sconvolgimenti degli equilibri su cui si regge un sistema complesso come quello della Salute Mentale.

Slogan del tipo “Psicologo per tutti” o “Benessere psicologico” non aiutano per nulla, creano confusione e producono conflitti di interesse sulla pelle dei cittadini e delle persone sofferenti.

È necessario per tutti noi recuperare il senso del limite, cioè il buon senso. Desidero concentrami su pochi, ma essenziali punti:

1. Nelle lettere di Davide Lazzari e Mario Sellini c’è un’assenza molto significativa: la formazione. Costruire l’occupazione senza tener conto della formazione è un controsenso. A meno che non si voglia distruggere il sistema per cui si lavora. Nel discorso di Lazzari e di Sellìni c’è un’ambiguità irrisolta che rischia di rendere qualsiasi discussione un “dialogo tra sordi”.

Parlano sempre dello “psicologo”, una categoria generica, altrettanto generica di quella del “medico”, ma per metterla al confronto con lo “psichiatra” che è un medico formato in senso specifico, un medico specializzato. Che formazione avrà questo psicologo adatto a tutti gli usi, oltre la laurea in psicologia che, diciamolo con franchezza, non è sufficiente? Si può continuare a mettere confusamene insieme operatori formati e non formati?

2. Nella salute mentale lavorano neuropsichiatri infantili, psichiatri di formazione farmacologica, genetica, epidemiologica; medici, psichiatri e psicologi formati come psicoterapeuti (con un’ambiguità che va risolta presto: gli specializzandi in psichiatria considerati tout-court psicoterapeuti con poche ore di lezioni); psichiatri e psicologi formati nella cura di comunità. Si può già pensare all’apporto di esperti formati in neuroscienze, neuropsicologia, epigenetica, antropologia e sociologia della sofferenza psichica.
Nel campo delle cure psichiche primarie, di “base”, è parimenti necessario l’impiego di operatori specializzati: psicoterapeuti o esperti appositamente formati (incluso un tirocinio adeguato) per ogni specifico ruolo da ricoprire. Queste cure richiedono conoscenze e esperienza importanti che in nessun modo assicura la sola laurea in psicologia e neppure quella in medicina. La proposta di affidarle a degli psicologi non formati, escludendo in modo totalmente arbitrario e illegale i medici formati in psicoterapia (più che adeguati a svolgere un lavoro di cura in situazioni mediche con risvolti psichici significativi), è di fatto corporativismo, al di là delle intenzioni a cui nessuno vuole fare processi. Ricordo che per fare il “medico di base” bisogna fare una specializzazione vera e propria. Ci tengo anche a precisare che l’intera questione ha risvolti costituzionali, che non si possono ignorare.

3. Davide Lazzari ha parlato di “promozione di comportamenti di stili e vita”, come campo nuovo di intervento da equipaggiare con psicologi. Hanno pienamente ragione Angelo Fioritti e Giuseppe Nicolò quando dicono che la psicologia non può essere dissociata dalla psichiatria e dalla salute mentale. La sua presenza (attraverso le sue molteplici forme specializzate) amplia il campo della cura psichica in un’azione sinergica con la psichiatria (che è notevolmente, significativamente più estesa della sua componente medica).
Noi tutti operiamo nel campo della sofferenza psichica per restituire a chi soffre la condizione di salute e una qualità di vita buona (anche quando una particolare visione del mondo legata al dolore permane, come diritto irriducibile alla propria autodeterminazione). In nessun modo possiamo arrogarci il diritto di stabilire quali sono i comportamenti e stili di vita “giusti” e, a dire il vero, neppure quelli “sbagliati”. Chi ci dà il diritto di deciderlo? Ognuno deve essere libero di vivere la propria vita a suo modo. Noi aiutiamo le persone a superare e elaborare il dolore che interferisce con la loro libertà di scegliere.

Il modo di vivere ha una determinazione multiculturale e prende forma negli spazi conviviali e nei luoghi degli scambi erotici, affettivi, lavorativi e intellettuali. La fecondità e la profondità degli scambi è garantita dalla Polis (la società politica e civile), non dai tecnici.

Gli ordini degli Psicologi (che sono ordini professionali e non coincidono con la psicologia come campo di sapere) devono decidere se mantenere la presenza dei loro iscritti nello spazio della cura o farla sconfinare nelle determinazione dei modi di vivere.

La seconda prospettiva denota una mancanza di cultura democratica (su questo non ci possono essere mediazioni) e porterebbe la psicologia in un terreno scivoloso in cui solo le dittature e i regimi totalitari hanno osato avanzare.

Sarantis Thanopulos
Presidente della Società Psicoanalitica Italiana



02 novembre 2022
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