Il Recovery Plan e i contratti della sanità privata

Il Recovery Plan e i contratti della sanità privata

Il Recovery Plan e i contratti della sanità privata

Gentile Direttore,
la svolta epocale per l'Italia rappresentata dal Pnrr, presentato negli studi romani di Cinecittà dalla Presidente della Commissione Ue Ursula Von der Layen, è un'evidenza su cui tutti concordano all'unanimità. Troppo strategica la ventata di denari che impatterà sull'economia reale e sui posti di lavoro di un paese che, negli ultimi tre lustri, ha accusato dati negativi in moltissimi comparti, che si sono sommati a debolezze strutturali e a riforme ormai improcrastinabili.
 
In tale contesto credo sia utile, anzi necessario, porsi qualche domanda relativamente al settore della sanità, quello che più di tutti in occasione dell'emergenza pandemica è stato, da un lato, fortemente colpito dal Covid per via dell'elevato numero di colleghi ammalati e, purtroppo, alcuni di essi (non pochi) addirittura deceduti e, dall'altro, costretto a offrire un contributo straordinario al contrasto della malattia. Contributo che comunque, per noi medici, è stato fonte di grande orgoglio perché ha dimostrato quanto e come la classe medica è in grado di servire il paese, anche nei momenti più critici.
 
Nel recovery plan c'è il rischio di una ‘deminutio’ del ruolo del medico? Come impatterà quel piano sul futuro della sanità italiana non solo nel breve periodo, ma soprattutto nel medio e nel lungo? Oltre alle infrastrutture e alle assunzioni di infermieri, ci sarà anche la possibilità di risolvere le questioni contrattuali aperte, come appunto quella che investe i professionisti della sanità privata?
 
Il punto da cui partire è squisitamente morale, prima che tecnico o di opportunità. Negli ultimi 20 anni numerosi microrganismi, conosciuti, nuovi o emergenti, hanno causato epidemie in diverse zone del pianeta o rappresentato una minaccia pandemica con la comparsa o la (ri)comparsa di microrganismi cosiddetti “emergenti”. Il Covid-19 è solo l’ultimo in ordine cronologico.
 
Significa che quella virale non è più una emergenza: si tratta di un fenomeno sì imprevisto ma al contempo non imprevedibile; otrebbe diventare la “normalità”.
 
Alla luce di tale valutazione, quindi, emerge il dato relativo alla programmazione ed alla strutturazione di un settore, quello sanitario, che non può più vivere di strappi o di soluzioni-tampone. Ripensare la sanità non investe esclusivamente una nuova stagione di strutture, ma accanto al ridisegno strategico di posti letto e architravi, occorrono politiche che mettano al centro il malato e il medico.
 
Non è retorica chiedere che sia affrontato e risolto quello che considero un passaggio nevralgico all'interno del patto tra Stato e medico. Non si chiede assistenzialismo, fondi, ore in più o in meno. Non è questo il punto. Stiamo provando a volare più in alto di quello che qualcuno vorrebbe far credere, mescolando nel torbido di chiusure aprioristiche e prese in giro.
 
Parliamo di un nuovo status per i medici, già caricati di nuove sfide come la responsabilità della Legge Gelli, l'applicazione dei Lea, le continue aggressioni che subiscono ormai costantemente.
 
Per tutte queste ragioni mi auguro che l'occasione rappresentata dal Pnrr venga impiegata al meglio, anche per rafforzare contrattualmente il ruolo del medico, per troppe volte svilito dinanzi a logiche aziendali ed egoismi corporativistici.
 
Non è più il tempo del muro contro muro: la pandemia ha insegnato che una risposta rapida e comunitaria alle continue emergenze è l'unica via: strutturale e, ancor prima, morale.
 
Carmela De Rango
Segretario Nazionale della CIMOP

23 Giugno 2021

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