Sul “dovere morale” del medico di procurare la morte

Sul “dovere morale” del medico di procurare la morte

Sul “dovere morale” del medico di procurare la morte

Gentile Direttore,
l’amico e collega Mario Riccio, anestesista-rianimatore, componente della Consulta di Bioetica e noto al grande pubblico soprattutto per la vicenda Welby, ha recentemente espresso alcune considerazioni sul dovere morale (anche materiale?) del medico di procurare la morte. In particolare riferendosi ai pazienti che la Medicina attuale non esita a trattare persino con terapie non risolutive e che nei fatti hanno l’unico scopo di prolungarne l’esistenza e quindi anche le sofferenze (il Fatto Quotidiano del 29/8/2021).
 
Quasi che ad ogni approccio terapeutico non risolutivo possa (debba?) corrispondere il dovere morale (anche materiale?) di porre fine al dolore fisico e alla sofferenza mentale di ogni paziente. Se ho capito bene, naturalmente.
 
Personalmente mi trovo in grande difficoltà nell’affrontare tali avanzate concezioni riguardanti il ruolo della Medicina e del Medico e lascio volentieri ad altri il compito di una discussione sui massimi sistemi. Vorrei tuttavia allargare il discorso sino a comprendere anche aspetti meno rilevanti rispetto a quelli etici/deontologici ma possibilmente più pragmatici.
 
Rilevo quindi come questa interessante proposta di portare a perfezione la figura del Medico curante utilizzando un nuovo modello di riferimento ed includendo nel suo ruolo abituale anche quello di esecutore, presenti tuttavia alcuni punti deboli. Uno tra tutti: in un universo sanitario che prevede la specializzazione post-laurea per l’esercizio della professione medica, occorrerà forse preoccuparsi di istituire un nuovo e specifico corso specialistico per dar seguito ai programmi ed alle aspirazioni di taluni bioeticisti di moderna formazione?
 
Darei per scontato infatti che sia necessario un briciolo di preparazione specifica per affrontare momenti delicatissimi come quelli relativi al dovere morale (anche materiale?) di procurare la morte di taluni pazienti.
 
Nel ribadire che per l’esercizio della nostra vetusta professione pare proprio necessario il titolo di Specialista, ci si chiede allora, a fronte della mancanza generalizzata di posti e borse di studio in numerose Scuole di Specializzazione, come si intenda agire per l’istituzione di una nuova Specialità e di nuovi insegnamenti specifici. Certo, l’ostacolo potrebbe essere superato da una programmazione lungimirante, a partire dalla revisione dei programmi di insegnamento dei corsi universitari di medicina e autorizzando l’attività esecutoria al medico anche privo di specializzazione, ma solo dopo adeguata formazione specifica. Già, ma il tirocinio? E le esercitazioni pratiche?
 
Una soluzione alternativa potrebbe essere l'istituzione di un Master post-laurea, in grado di competere con altri Corsi di perfezionamento. L'unica difficoltà è forse quella di attribuirgli un titolo accattivante, ma non disperiamo. Resta da definire invece il discorso relativo alle discipline equipollenti ed affini, specie in termini concorsuali, mentre quello, non secondario, della tariffazione/rimborso SSN potrebbe facilmente venire superati ricorrendo alla libera professione (da valutare se intra- oppure extra-moenia).
 
Una volta superati questi ostacoli, resterebbe comunque il problema, oggi fondamentale anche in Medicina, della misurazione dell’outcome e degli indicatori di esito e di processo. 
 
Nel restare in attesa di utili suggerimenti al proposito, mi permetto di far notare che ci si sta muovendo su terreni ancora poco esplorati. Al punto che anche la costruzione e l'utilizzo di semplici indicatori, quali la customer satisfaction, appare un elemento di oggettiva ed innegabile complessità.
Pertanto, a fronte della proposta di rivedere i vetusti Principi deontologici sul quali è basata la attuale professione del Medico, non posso che sottolineare la necessità di una proposta più articolata ed una più completa analisi di fattibilità: in fondo, il diavolo sta nei dettagli.
 
Da verificare infine il concetto che il nuovo ed auspicato ruolo del Medico (dovere morale di procurare la morte) debba rappresentare un normalissimo processo evolutivo della nostra antica professione. Se infatti è vero, come ci insegnano Leibniz, Linneo e persino Darwin, che “natura non facit saltus” , sembra difficile pensare che una salto di tale portata possa essere indicativo della evoluzione dell’essere Medico. Specie quando si tratta di un vero e proprio salto “mortale”.
 
Pietro Cavalli
Medico
  

01 Settembre 2021

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