Un possibile modello organizzativo per recidive Covid

Un possibile modello organizzativo per recidive Covid

Un possibile modello organizzativo per recidive Covid

Gentile Direttore,
molti esperti prevedono recidive o addirittura una nuova ondata a ottobre di intensità maggiore rispetto a quella conosciuta. Oggi istituzioni e scienziati sono impegnati sull’avvio della fase 2, cioè la graduale uscita dalle regole di confino applicate ad aziende e persone. Prima di ottobre bisognerà aver attivato modelli e strumenti per tenere sotto controllo una eventuale ripresa dei contagi. Di certo sono emersi limiti in ordine alla dotazione di personale sanitario e alla organizzazione della medicina territoriale.
 
Urgente appare l’ampliamento degli accessi alle scuole di specialità mediche nelle discipline interessate; serve anche un master post laurea infermieristica dedicato alla formazione di operatori esperti nel trattamento delle epidemie. Questi sono interventi a medio termine; nell’immediato serve un piano per affrontare una possibile nuova emergenza senza compromettere pesantemente l’ordinario funzionamento degli ospedali come è accaduto in questi due ultimi mesi. Quanto segue non considera soluzioni miste tra Covid e no in strutture ospedaliere, ritenendole fonte di possibili contagi per quante precauzioni si possano adottare.

Qualche utile elemento da inserire in un “piano di emergenza” potrebbe essere il seguente (applicato alla Regione Lombardia ma adattabile anche alle altre): il primo fronte (Fase 1) potrebbe essere costituito da 4 ospedali per complessivi 600 posti letto completamente dedicati ai pazienti Covid. Dislocati opportunamente sul territorio regionale, con una direzione unica ed una dotazione organica complessiva per i 4 presidi da utilizzare secondo le necessità delle singole aree. La dotazione di personale medico, infermieristico e tecnico deve essere calcolata sia per la gestisce delle 4 strutture sia della attività domiciliare (UAD). Il complesso può essere considerato “dormiente” e attivato secondo le esigenze.

Il medico di base segnala casi sospetti ai presidi Covit i quali inviano immediatamente una UAD. Se vi sono le condizioni per la permanenza al domicilio il paziente viene fornito delle indicazioni e degli strumenti utili (saturimetro, telemedicina, DPI, medicine) per la gestione del suo confino. Se per ragioni logistiche non può essere trattato al domicilio ma non necessita di ricovero ospedaliero può essere indirizzato a case albergo sempre monitorate dalle UAD. Queste avranno cura di individuare i contatti avuti dal caso sospetto con persone (familiari, amici, compagni di lavoro) sottoponendoli ai necessari controlli.

Se è necessario provvedere al ricovero questo avviene in un presidio Covid il quale avrà tutti i letti monitorati, anche se i pazienti saranno alloggiati in settori per intensità di cura. Al bisogno l’intero presidio può diventare una terapia intensiva. Oltre al personale medico intensivista il complesso delle strutture Covid dovrà disporre di servizi diagnostici adeguati al supporto della fase diagnostica e di medici delle principali discipline (infettivologi, cardiologi, neurologi, ecc.) da impiegare sia in struttura sia al domicilio.

Se la diffusione dell’epidemia rende il complesso Covid insufficiente bisogna interessare un ulteriore nucleo di ospedali per un migliaio di posti letto (Fase 2) già individuati preventivamente in sede di piano. Questi andranno liberati progressivamente dalle degenze ordinarie e trasformati in strutture Covid dedicate con il medesimo modello assistenziale ospedale/ territorio visto sopra.

Il gestore unico dei presidi Covid dovrà coordinare personale e attività di tutto il complesso nonché mantenere adeguati livelli di stoccaggio e approvvigionamento delle dotazioni necessarie per la tutela del personale sanitario, dei malati e delle necessità dei presidi.

All’apparire di nuovi contagi tutte le strutture sanitarie e socio – sanitarie (RSA, Covid o non Covid) diventano accessibili solo al personale sanitario, con divieto di visita anche ai parenti.

In caso di contagi in RSA si trasferisce il soggetto in un presidio Covid; se in numero consistente si individua quali RSA sono dedicate ai pazienti Covid liberandole dagli assistiti ordinari. Il monitoraggio è comunque in capo alle UAD.

A titolo di esempio i 4 presidi Covid di primo impatto potrebbero essere individuati in strutture esistenti da completare o ristrutturare (es. presidio Raphael di Rivoltella del Garda e Ospedale di Legnano + altri due). Questi possono essere allestiti in tempi brevi (qualche mese) senza interferire con le normali attività sanitarie in esercizio. Vanno individuati fin da subito anche ulteriori presidi di fase due i quali debbono essere preparati nel caso in cui vi sia necessità.

Il personale medico e infermieristico del complesso Covid sarà oggetto di un costante aggiornamento professionale. Tutto il personale sanitario dovrà esser in grado di riconoscere la sintomatologia di un agente patogeno non riconducibile a quelli conosciuti.

Un modello come quello sommariamente tratteggiato si rivelerebbe in grado di affrontare qualsiasi emergenza dovuta ad un patogeno sconosciuto, magari più contagioso e letale, eventualità ritenuta molto probabile in base a quanto accaduto negli ultimi anni. Per la concreta realizzazione di strutture e dotazioni sembrano disponibili fondi appositi della Comunità Europea.

Sandro Albini
Ex dirigente sanitario Spedali Civili di Brescia

15 Maggio 2020

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