Obesità e diabete: una relazione pericolosa. Uno studio italiano spiega il perché

Obesità e diabete: una relazione pericolosa. Uno studio italiano spiega il perché

Obesità e diabete: una relazione pericolosa. Uno studio italiano spiega il perché
Una ricerca della ‘La Sapienza’ di Roma, con il supporto della Sid, ha evidenziato nel sangue di soggetti diabetici obesi la presenza di autoanticorpi particolari, responsabili della distruzione autoimmune delle cellule produttrici di insulina. L’obesità sarebbe quindi responsabile dello scatenamento del ‘fuoco amico’ dell’immunità contro le cellule pancreatiche

L’obesità è sempre più vista come la madre di tutti i problemi e giorno dopo giorno si accumulano le prove di un suo coinvolgimento in una serie di malattie, come per un effetto domino. I dati epidemiologici ad esempio suggeriscono un forte legame tra obesità e diabete di tipo 2, che hanno assunto entrambi dimensioni pandemiche in tutti i Paesi del mondo. Meno noti sono però ancora i meccanismi attraverso i quali l’obesità provocherebbe tutti questi danni.
 
Un interessante lavoro, frutto della ricerca italiana, appena pubblicato ahead of print su Diabetes Care, getta luce su questa relazione pericolosa tra obesità e diabete, almeno nel contesto del tutto particolare e di grande interesse scientifico del cosiddetto diabete ‘intermedio’, noto anche come LADA (Latent Autoimmune Diabetes in Adults)o NIRAD(Non Insulin Requiring Autoimmune Diabetes). Si tratta di un’entità nosologica particolare, indistinguibile dal diabete di tipo 2, quello dell’adulto, ma caratterizzata dalla presenza degli stessi autoanticorpi che provocano la distruzione autoimmune del pancreas nei giovani con diabete di tipo 1.
 
Lo studio italiano, realizzato dai ricercatori dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e finanziato da Diabete Ricerca ONLUS (la fondazione della Società Italiana di Diabetologia dedicata a supportare studi scientifici)e da un grant non condizionato di Novo Nordisk, dimostra che l’obesità contribuisce ad uccidere le cellule del pancreas, attraverso una reazione autoimmune, cioè attraverso la produzione di auto-anticorpi che distruggono lentamente le cellule beta, produttrici di insulina. Si tratta dialtro frammentodi conoscenza che aiuta a comprendere meglio la relazione tra obesità e diabete autoimmune.
 
 
Ipazientiaffetti da diabete NIRAD sono fenotipicamente indistinguibili dai classici pazienti di tipo 2 (adulti, conresistenza insulinica, in sovrappeso o obesi) ma nel loro sangue sono presenti autoanticorpi diretti contro le cellule pancreatiche, che li rendono simili ai pazienti di tipo 1; i pazienti NIRAD tuttavia possono essere trattati con la dieta e i farmaci anti-diabetici (in compresse o iniettivi) per molti anni, prima di approdare al trattamento con insulina, l’unico possibile invece per i ‘tipici’ soggetti con diabete di tipo 1.
 
 
Lo studio pubblicato su Diabetes Care, coordinato dalla professoressa Raffaella Buzzetti ha valutato l’esistenza di una possibile correlazione tra frequenza di comparsa e tipologia di alcuni autoanticorpi (gli stessi presenti nei soggetti con diabete di tipo 1) nel sangue dei pazienti con diabete NIRAD e la loro massa corporea. Sono stati studiati 1850 pazienti affetti da diabete di tipo 2,appartenenti alla coorte del progetto NIRAD,che sono stati suddivisi, a seconda dell’indice di massa corporea in tre gruppi: normopeso (<25), sovrappeso (da ≥25 a <30) e obesi (≥30 kg/m2). In tutti è stata ricercata la presenza di anticorpi diretti contro le cellule beta del pancreas produttrici di insulina.
 
 
Il 6,5% del totale delle persone studiate (120 soggetti) sono risultate portatrici di almeno un tipo di anticorpo diretto contro le cellule beta pancreatiche. Ma gli unici autoanticorpi che aumentano in maniera proporzionale all’aumentare della massa corporea nei pazienti con diabete di tipo 2, sono risultati quelli tipo IA-2(256-760). I pazienti obesi, con diabete di tipo 2, portatori di questo particolare tipo di autoanticorpo, presentavano anche una più ampia circonferenza del punto vita, più elevati valori di acido urico e di colesterolo totale e mostravano una più lenta progressione verso il trattamento con insulina rispetto ai soggetti che presentano anticorpi anti-GAD. Nessuno dei pazienti con diabete di tipo 2 obesi, portatori di questi autoanticorpi è infatti arrivato al trattamento con insulina, durante i 7 anni di follow up, rispetto al 60% di quelli portatori di altri autoanticorpi. E’ come se gli anticorpi IA-2(256-760) fossero insomma ‘spuntati’, meno aggressivi degli altri verso le isole pancreatiche.
 
 
Lo scatenamento di questo ‘fuoco amico’ che distrugge le cellule produttrici di insulina, potrebbe esseresecondario al processo infiammatorio cronicocaratteristico dei pazienti di tipo 2 obesi. L’obesità viscerale rappresenta infatti uno dei principali fattori di rischio per il diabete di tipo 2, perché provoca uno stato di infiammazione cronica che contribuisce a determinare sia l’insulino-resistenza,che la graduale distruzione delle cellule beta pancreatiche. “Questo studio – afferma la professoressa Buzzetti – offre spunti rilevanti in quanto suggerisce che l’obesità è in grado di favorire lo stato infiammatorio alla base di molte malattie autoimmuni”.
 
 
Gli autori ritengono dunque che gli anticorpi IA-2(256-760) rappresentino un marcatore di un tipo particolare di diabete, che potrebbe avere un meccanismo di origine diverso dal diabete di tipo 2 ‘classico’.
 
 
E’ noto da tempo che le persone obese sono più suscettibili alle malattie autoimmuni. L’obesità rappresenta infatti una condizione pro-infiammatoria, caratterizzata da un eccesso di un tipo particolare di globuli bianchi, i linfociti Th17, gli stessi che si trovano attivati ed ‘esuberanti’ in diverse malattie autoimmuni, dall’artrite reumatoide alla sclerosi multipla, alla psoriasi, al diabete di tipo 1.
Queste cellule sono per loro natura molto ‘instabili’ e possono trasformarsi facilmente in linfociti Th1 e Th2, responsabili di tante malattie dovute ad un ‘attacco’ autoimmune.
 
 
"I risultati di questo studio – afferma il presidente della SID professor Enzo Bonora – sottolineano,ancora una volta,da un lato la complessità del diabete e dall'altra la grande qualità della ricerca diabetologica italiana e il ruolo chiave che in questo tipo di ricerca svolge la Società Italiana di Diabetologia".

11 Gennaio 2015

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