Ruolo medico e governo del sistema: una riflessione necessaria

Ruolo medico e governo del sistema: una riflessione necessaria

Ruolo medico e governo del sistema: una riflessione necessaria

Gentile Direttore, ha ancora senso parlare di ruolo medico? È ancora possibile identificare con chiarezza il ruolo del medico? È un interrogativo sempre più attuale, che nasce dalla percezione di una trasformazione dei percorsi organizzativi in atto in diversi settori del Ssn...

Gentile Direttore,
ha ancora senso parlare di ruolo medico? È ancora possibile identificare con chiarezza il ruolo del medico?
È un interrogativo sempre più attuale, che nasce dalla percezione di una trasformazione dei percorsi organizzativi in atto in diversi settori del SSN. Ma queste trasformazioni possono essere considerate fisiologiche nell’evoluzione del sistema? Esiste un controllo reale su cambiamenti che coinvolgono un ambito così specialistico? Esiste ancora un limite ben definito che caratterizza il ruolo del medico?

Forse, oltre che di “ruolo medico”, sarebbe opportuno parlare di “atto medico”, che la politica – indipendentemente dal colore politico – continua a non voler definire e riconoscere come elemento indispensabile dell’attività professionale del medico.

A questo si aggiunge il tema della “responsabilità medica”, che di fronte a esiti sfavorevoli delle cure tende inevitabilmente a trasformarsi in “colpa medica”, anche quando tali esiti derivano da errori organizzativi o da cattiva gestione del sistema, indipendenti dall’operato del medico.

Assistiamo costantemente alla proposta di nuovi modelli organizzativi del SSN che prevedono, più o meno esplicitamente, la sostituzione del medico in alcune delle sue funzioni. Tali trasformazioni vengono giustificate con la necessità di ridurre i tempi di attesa e velocizzare il funzionamento del sistema. Un’altra motivazione spesso richiamata riguarda la necessità di garantire maggiore gratificazione professionale alle figure sanitarie non mediche.

Questi modelli organizzativi puntano quasi sempre ad aumentare il volume delle prestazioni e a processarle più rapidamente. In una medicina sempre più interpretata come prodotto di un sistema aziendale, con inevitabili ricadute economiche, l’incremento della produttività viene considerato prioritario.

Il Sistema Sanitario, inoltre, è guidato da una regia politica che inevitabilmente tiene conto anche del consenso elettorale nelle scelte organizzative.

Si tende così a trascurare un aspetto fondamentale: la richiesta del paziente dovrebbe essere valutata soprattutto dal punto di vista qualitativo. Al contrario, sembra che venga attribuita maggiore importanza alla gestione organizzativa rispetto alla professionalità, ormai spesso relegata in secondo piano. Questo atteggiamento trova terreno fertile soprattutto nei settori del SSN in cui si privilegia il volume delle attività rispetto alla qualità della risposta.

A sostenere tali trasformazioni contribuiscono anche esigenze di gratificazione professionale che non possono essere ignorate. L’evoluzione formativa, le aspettative professionali del personale sanitario non medico e i cambiamenti sociali devono necessariamente essere presi in considerazione. Non è pensabile né proponibile una condizione di cieca subalternità tra professionisti diversi. L’autonomia professionale rappresenta infatti una legittima esigenza di motivazione e valorizzazione.

Tuttavia, il sistema dovrebbe essere guidato da un’unica filosofia formativa e professionale, declinata poi nei diversi ruoli.

Si sta invece sviluppando un percorso privo di una regia unitaria, nel quale si sono aperti spazi di autonomia talvolta autoreferenziali, con la conseguente nascita di percorsi operativi alternativi e di regie autonome. Questa situazione viene spesso tollerata, evitando posizioni critiche in nome del politically correct.

Il risultato è una crescente confusione di ruoli, posizioni e giudizi.

Rimane però un dato certo: la responsabilità finale continua a ricadere sul medico, unico referente ultimo della diagnosi e della terapia.
In altri termini, di fronte a una richiesta di prestazione medica, della quale il medico risponde tenendo conto di tutte le variabili professionali coinvolte, altre figure professionali operano con crescente autonomia all’interno di percorsi organizzativi che spesso non considerano adeguatamente l’aspetto professionale.

Tutto ciò avviene anche per l’assenza, o la debolezza, di riferimenti istituzionali riconosciuti, forse volutamente indeboliti. Università, Ordini dei Medici e persino associazioni sindacali sembrano assumere sempre più il ruolo di spettatori, senza prese di posizione realmente incisive. Si ha quasi la sensazione che gli organismi deputati alla tutela della professione medica offrano un tacito consenso a questo modello gestionale.

Nel frattempo, il potere decisionale lungo il percorso che conduce al risultato finale sembra progressivamente trasferirsi ad altri soggetti rispetto a chi, alla fine, assumerà formalmente la responsabilità e firmerà.

Questa condizione appare dettata dal tentativo, spesso non dichiarato, di acquisire nuovi ruoli attraverso la giustificazione della velocizzazione del sistema, producendo però una progressiva banalizzazione del percorso professionale.

Un sistema così confuso finisce inevitabilmente per essere gestito da centri decisionali esterni, con l’ulteriore consolidamento di poteri organizzativi e decisionali estranei alla professione.

Il confine tra i ruoli diventa sempre più sfumato e, anche per il paziente, il riferimento professionale appare spesso indefinito. Il concetto stesso di “presa in carico” del paziente rischia di trasformarsi in un semplice percorso organizzativo, perdendo il suo significato autentico: quello di una gestione fondata sulla valutazione professionale.

La conseguenza non è soltanto la perdita del razionale professionale, ma anche un controllo della spesa basato su sequenze protocollate di prestazioni spesso non realmente giustificate.

Occorre allora provare a ricostruire il discorso secondo una logica chiara.

Di fronte a una richiesta del paziente, la prima domanda dovrebbe essere: quale risposta è realmente necessaria? Quella risposta richiede competenze specifiche? Alle competenze corrisponde inevitabilmente una responsabilità? Tali responsabilità sono sia professionali sia economiche.

Tutto dovrebbe inserirsi all’interno di un’unica filosofia formativa e professionale. La risposta deve nascere dall’integrazione di professionalità diverse, con ruoli chiari e definiti, ma accomunate dalla stessa impostazione culturale e formativa.

L’aspetto quantitativo, cioè il numero delle prestazioni, non può diventare il criterio determinante nella definizione del ruolo professionale della risposta. Se la richiesta è una prestazione medica, allora la risposta deve essere affidata al medico. Nemmeno un elevato numero di richieste può giustificare che una prestazione medica venga svolta da un non medico.

La dignità e la gratificazione professionale delle altre figure sanitarie devono essere riconosciute e valorizzate attraverso le loro specifiche e autentiche competenze professionali.

Salvatore Lumia
Segretario CIMO Emilia Romagna

Marco Gaspari Pellei
Vicepresidente vicario CIMO-FESMED Emilia Romagna

10 Giugno 2026

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