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Ciao 2013/4. Vergallo (Aaroi): "La sanità, tra mancate riforme e 'guerre' professionali"

02 GEN - Gentile Direttore,
ho letto con grande interesse il suo editoriale “Ciao 2013. Per la sanità un anno perso”.Non si può certo negare che a fronte di innumerevoli discussioni, dibattiti, confronti più o meno istituzionali sulle riforme necessarie al sistema sanitario nazionale, ben poche siano state le notizie di riforme attuate in concreto. Del pari, non si può non concordare sull’inutilità della ricerca di uno o di più colpevoli della “incapacità del sistema Paese di governare la sanità in chiave riformatrice”.
 
Tuttavia, e proprio per questo motivo, sarebbe paradossale non chiedersi da che cosa derivi tale incapacità. A mio avviso, a livello istituzionale, essa non deriva dalla mancanza di “volontà politica”, ma piuttosto dall’aver ereditato un metodo “riformatore” orientato a principi di “sostenibilità” attuati per mezzo di tagli e non attraverso progetti.
 
E’ stato sin troppo facile, per esempio, per i Governi che hanno preceduto quello attuale, tracciare a grandi linee (tanto grandi da risultare evidentemente grossolane) la riforma delle cure primarie, così come la riorganizzazione della rete ospedaliera. Più difficile, anzi impossibile, è stato tradurre in pratica la loro attuazione.

 
D’altra parte, il vero motivo per cui in Sanità gli accordi tra Stato e Regioni somigliano sempre più ad un “inedito Piano Sanitario Nazionale” ha un motivo preciso: il Titolo V della nostra Costituzione,  laddove, all’art. 117, esso recita “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.
 
Tale “concorrenza” ha definitivamente perso il suo significato di complementarietà, rappresentandosi ormai paradossalmente come un’antitesi, e proprio sui principi fondamentali. Se non si risolverà questo nodo, con il rispetto di tali principi prima ancora che attraverso una riforma del Titolo V per ciò che attiene alla tutela della salute, una riorganizzazione equilibrata e un governo sostenibile del nostro sistema sanitario resteranno impossibili.
 
Eppure, alcuni “attori” di questo sistema premono insistentemente affinché proprio alle singole Regioni (e addirittura alle singole Aziende Sanitarie, meglio se “miste”, ovvero Universitarie-Ospedaliere) siano affidati poteri sempre più autonomi nei confronti del personale sanitario. Verrebbe quasi da pensare che i teorici di quest’operazione abbiano le loro ragioni: meglio affrettarsi, prima che il Titolo V sia riformato. Oppure, a voler loro attribuire una lungimiranza solo apparentemente contraddittoria, affinché il Titolo V possa essere riformato solo una volta messa al sicuro una completa devolution delle professioni sanitarie.
 
Il più eclatante potere indipendente da blindare nei sistemi sanitari regionali (e nelle loro declinazioni aziendali, nonché nelle autonomie universitarie) riguarderebbe secondo costoro l’implementazione delle competenze infermieristiche.
 
Un’implementazione declamata sin dall’inizio come una rivoluzione copernicana (dal medico-centrismo tolemaico alla galassia della multi-professionalità), decantata dapprima come una vera e propria panacea per debellare i mali derivanti ai cittadini dalla “pletora medica”, liberandoli da una simile schiavitù, salvo poi essere edulcorata come una “condivisione di alcune competenze, senza valicare, ovviamente, quel confine ben definito dell'esclusività professionale”.
 
Un confine che invece risulta tutt’altro che ben definito, dato che “le competenze cliniche avanzate e la prescrizione … possano e debbano essere il vero focus per il prossimo sviluppo  professionale e contrattuale … liberandoci finalmente dal modello ospedalo-medico-centrico”.
 
Tale implementazione ha meritato addirittura una “preparazione alla guerra”, con manipoli “pronti alla battaglia”contro chi dissente dal coro di osanna verso “Il leader indiscusso di questo scenario ormai prossimo … per storia, preparazione e vocazione, l'Infermiere”.
 
Del resto, era già stata invocata chiarezza, con un termine (involontariamente?) militare sulle “regole di ingaggio che il professionista può far valere all'interno dell'organizzazione sanitaria”.
 
Successivamente, con un’operazione degna del miglior teatro dell’assurdo, l’intenzione di reclutare “improbabili armate” è stata ribaltata su chi di tali armate non ha mai parlato, proprio perché non esistono, perlomeno tra i Medici.
 
Insomma, tutte le posizioni sono rispettabili, ma almeno siano coerenti. Comunque, a dimostrazione che la collaborazione multi-professionale in Sanità può realizzarsi in modo condiviso, sono state recentemente concordate tra Medici (Radiologi) e altri Professionisti (TSRM e Fisici medici) regole tutt’altro che oscure, con il fattivo impegno del Ministero della Salute, senza contrapposizioni né tantomeno guerre: perché? Basta leggerle. Sono regole di sistema, per l’appunto, chiare, dove le parole “diagnosi” e “prescrizione” sono attribuite con precisione alla competenza medica dei Colleghi Radiologi. Una precisione che invece, così come in ambito di terapia e di certificazione, manca completamente nelle rivendicazioni di una minima parte della categoria infermieristica, quella “apicale”, per intenderci, che nelle regole, in modo quantomeno singolare, pretende chiarezza e al contempo vuole riservarsi margini di discrezionalità applicativa, bollando come “mansionario” tutto ciò che potrebbe impedire la completa autonomia infermieristica nella diagnosi, nella prescrizione terapeutica, nella gestione di unità operative sanitarie ospedaliere e territoriali.
 
Sia ben chiaro: con la lettera al Ministro Lorenzin nessuno vuole impedire agli Infermieri di realizzare le loro legittime aspirazioni di crescita professionale. Ben vengano, e siano finalmente realizzate, ma senza l’ambiguità di un’implementazione demagogica del “prendersi cura” (per tutti gli Infermieri) che mira in realtà a mascherare altre aspirazioni, per pochi, per i quali esse significano unicamente abbandonare l’assistenza al Paziente (con buona pace del “prendersi cura”) per transitare, di fatto, dal ruolo sanitario/assistenziale a quello gestionale/amministrativo, con un bel posto da “Direttore”.
 
Questa è la reale portata di un conflitto che trova spazio solo in questa prospettiva mistificata, e che infatti, tra i Medici e gli Infermieri che nei Reparti e nei Servizi Sanitari lavorano fianco a fianco, a differenza di quanto si vuol far credere, non esiste affatto.
 
Alessandro Vergallo
Presidente Nazionale AAROI-EMAC

02 gennaio 2014
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