Ebola. Burioni (San Raffaele Milano): “Falsi allarmi. Ma anche troppe leggerezze”

Ebola. Burioni (San Raffaele Milano): “Falsi allarmi. Ma anche troppe leggerezze”

Ebola. Burioni (San Raffaele Milano): “Falsi allarmi. Ma anche troppe leggerezze”
Abbiamo chiesto ad un esperto del settore, Roberto Burioni Professore di Microbiologia e Virologia all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano di interpretare per noi cosa sta succedendo nei Paesi occidentali e in quelli africani più interessati dall’epidemia di Ebola, anche alla luce delle ultime notizie provenienti dagli Usa.

Alla luce dei gravi fatti registrati negli Usa, dal paziente ‘zero’ circola liberamente tra la gente per una settimana, per un ritardo di diagnosi, al contagio di due delle infermiere, che lo hanno assistito in ospedale e che si vanno ad aggiungere nell’elenco dei contagiati fuori dall’Africa all’infermiera spagnola, abbiamo chiesto ad un esperto del settore delucidazioni in merito all’epidemia di Ebola e all’appropriatezza dei protocolli di sicurezza seguiti finora. Roberto Burioni è Professore Associato di Microbiologia e Virologia all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano e dirige la scuola di specializzazione di Microbiologia e Virologia presso la stessa Università.
 
Tre operatori sanitari contagiati in pochi giorni: i protocolli internazionali attualmente in uso sono adeguati?
I protocolli internazionali sono adeguati; tuttavia quello che appare evidente dagli incidenti occorsi in Spagna e negli USA è che la loro implementazione pratica incontra delle  difficoltà; probabilmente bisogna porre maggiore attenzione nell’addestramento degli operatori che non necessariamente hanno consuetudine con simili procedure.

 Come si trasmette la malattia? E’ indispensabile il contatto diretto con il malato?
Fortunatamente sembra che la malattia si trasmetta esclusivamente attraverso contatti diretti con persone malate. Il paziente statunitense è stato in giro una settimana prima di essere ricoverato; ma al momento pare che nessuno sia stato contagiato prima del ricovero (avvenuto il 28 settembre), anche se per esserne certi dobbiamo attendere che siano passati i 21 giorni di massima incubazione.

La seconda infermiera statunitense è salita sull’aereo nonostante fosse ancora all’interno del periodo di incubazione: come è potuto succedere?
Non so come sia potuto succedere, ma non sarebbe dovuto succedere, dopo l’evidenza del primo contagio era probabile che altri sanitari fossero contagiati, e dovevano essere controllati con un’attenzione molto maggiore.

Ha senso parlare di controlli in aeroporto? E’ sufficiente misurare la temperatura corporea?
E’ necessario escludere dai voli le persone che hanno la febbre (anche se spesso sono affetti da malaria, ma non si può rischiare) per evitare che salgano a bordo individui potenzialmente contagiosi; tuttavia non è sufficiente in quanto potrebbe anche presentarsi un paziente con il virus nella fase iniziale dell’incubazione, per cui il controllo deve proseguire anche dopo l’arrivo.

E’ possibile che si arrivi a limitate le cure ai pazienti per impedire il contagio dei sanitari?
Negli USA si è parlato di ridurre il numero di sanitari che assistono i singoli pazienti, per limitare il rischio e anche di valutare con estremo rigore l’opportunità della dialisi e della ventilazione polmonare, procedure che comportano particolari pericoli per gli operatori. Ma è evidente che le misure di supporto sono utili, per cui non si può fare a cuor leggero.  

 Ci sono consigli per i viaggiatori?
No, se non quello di evitare i Paesi dove la malattia è diffusa (Sierra Leone, Liberia e Guinea) e di osservare con particolare rigore le consuete norme di igiene, come il lavarsi spesso le mani.

 Come sta evolvendo la situazione in Africa?
Proprio oggi è uscito sul New England Journal of Medicine un articolo che descrive come l’infezione si stia diffondendo molto rapidamente, e viene avanzata la possibilità (tragica) che la malattia possa diventare endemica nei Paesi dell’Africa occidentale. Questo significa che gli sforzi per tentare di arginare l’epidemia nei Paesi africani devono essere i più intensi ed i più rapidi possibile.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

16 Ottobre 2014

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